Le miniere di cinabro del Monte Amiata raccontate da un ex minatore

Il Monte Amiata è la massiccia montagna spartita a metà tra la provincia di Siena e quella di Grosseto ed è conosciuta ai più per essere un centro di sport invernali e per avere delle belle faggete che d’estate garantiscono refrigerio anche nelle giornate più torride. Tuttavia in pochi si ricordano che fino a qualche decennio fa ad Abbadia San Salvatore, sul lato senese del Monte Amiata, era attiva una delle più floride miniere di cinabro del mondo.
Generazioni di uomini di Abbadia San Salvatore hanno trascorso la loro adolescenza e la loro maturità alzandosi all’alba, quando ancora era notte, per scendere nel buio delle gallerie scavate per chilometri sotto la montagna, spicconando faticosamente a mano prima e con i martelli pneumatici poi, la roccia da cui ricavare il minerale rosso da cui estrarre prezioso mercurio, il cosiddetto argento vivo (definizione non casuale, perché il mercurio è davvero color argento ed è talmente liquido da sembrare vivo!).
riproduzione del laboratorio chimico
Uomini che entravano in miniera con il buio, lavoravano nel buio fiocamente illuminato da torce e da lampade ad acetilene per poi tornare in superficie che il giorno spesso era già finito. Una vita difficile, fatta di fatica, di sudore (in miniera, soprattutto nei livelli più profondi o più interni – e la miniera del Monte Amiata era sviluppata su oltre dieci livelli – si superano facilmente i quaranta e più gradi), di pasti frugali condivisi, di tribolazioni e di dolore per i compagni che di tanto in tanto finivano sotto una frana. Lavoro intenso perché retribuito “a cottimo”, più roccia veniva estratta più alto era il salario, spesso passato di padre in figlio, in un rapporto di odio-amore con la miniera stessa.
Paolo Contorni: chi la miniera l’ha vissuta davvero
La miniera di cinabro del Monte Amiata continua ancora oggi, seppur chiusa, a tramandare la sua storia ed il suo sapere: grazie ad alcuni ex minatori che si prestano a far da guida ed a raccontarne le storie, che appaiono terribili a chi come me ha la fortuna di avere un lavoro “di scrivania”. Grazie all’invito della Provincia di Siena, ho avuto il grande piacere di poter tornare a visitare a distanza di qualche anno il Museo Minerario di Abbadia e di scoprire per la prima volta, raccontata con grande garbo e modestia da Paolo Contorni, un baldo ex minatore di oltre 80 anni con una vita da brividi, la quotidianità del lavoro in miniera.
Paolo Contorni racconta la miniera
Un inciso: Paolo è un testimone prezioso della miniera che attraverso il pathos delle sue parole riesce a trasmettere ai visitatori la forte emozione che quotidianamente uomini grandi e grossi, con le mani possenti e abituati a sopportare grandi fatiche, provavano ogni mattina quando entravano nelle “gabbie”, gli ascensori e scendevano nel buio più profondo. Lavorare in miniera non era facile, i rischi erano continui ed anche i gesti più semplici diventavano rischiosi se non eseguiti secondo procedure definite.
Il plastico della miniera di Abbadia San Salvatore
Quando iniziava il turno di lavoro, per esser certi che nessuno restasse prigioniero nelle viscere della montagna, ogni minatore aveva l’obbligo di spostare una medaglietta con il suo numero da una bacheca ad un altra –  e viceversa alla fine del turno  – affinché fosse facile per gli addetti alla sicurezza verificare che nessuno fosse rimasto intrappolato in galleria.
Le medagliette di riconoscimento dei minatori

Mentre Paolo ci accompagnava nelle diverse sale del Museo, spiegando le tecniche di estrazione e l’uso di attrezzature, ci ha raccontato che lui stesso è stato coinvolto in una frana che lo intrappolato, per ben 18 ore, nelle viscere delle montagna. E di aver visto compagni di lavoro scendere in miniera e non tornare più vivi in superficie. Eppure nonostante ciò era tangibile l’orgoglio di essere un minatore e di aver potuto garantire ai figli, attraverso il suo lavoro, la possibilità di studiare (se volete saperne di più su Paolo Contorni, potete visionare l’intervista che ha rilasciato al prof. Giovanni Contini ed, ovviamente, mettere in programma quanto prima una visita al Museo Minerario di Abbadia San Salvatore).

Il Museo Minerario di Abbadia San Salvatore (SI)
Foto Archivio Provincia di Siena
La visita del Museo Minerario è stata interessante e coinvolgente ma mai quanto l’entrata in galleria, parte fondamentale del percorso di visita. A breve distanza dai locali del Museo c’è infatti l’ingresso al livello VII: obbligatorio indossare il casco da minatore con la luce (e il consiglio è di indossare scarpe comode, le signore evitino i tacchi, perché si cammina su terreno umido e nel mezzo ci sono i binari dei carrelli con antipaticissimi scambi!) e seguire scrupolosamente la guida: dalla galleria principale si diramano parecchi rami latrali ed è davvero facile, da soli, perdere l’orientamento.
In galleria: e qui abbiamo le luci accese!
In galleria Paolo ci ha fatto provare un’esperienza unica, possibile solo nel ventre della montagna: arrivati a metà del nostro percorso ci ha chiesto di spegnere le luci dei nostri caschi e di stare in silenzio. Improvvisamente siamo precipitati nel nulla più estremo, nel buio assoluto, estranei al mondo ed a noi stessi, privi di ogni riferimento abituale, con il cuore impazzito che cercava di resistere alla paura. Ed era questa la sensazione che quotidianamente provavano i minatori quando scendevano in galleria. Da brividi, appunto…
Foto Archivio Provincia di Siena
Esperienze così forti uniscono per sempre chi le ha vissute ed anche a distanza di anni dalla fine del lavoro in miniera (la produzione è terminata nel 1972) ancora oggi ad Abbadia San Salvatore il 4 dicembre hanno luogo grandi festeggiamenti in onore di Santa Barbara, la patrona dei minatori, dei pompieri e degli artificieri, con la processione degli ex minatori per le vie del paese illuminate dalle vecchie lampade ad acetilene.
Claudia Boccini

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