Andiamo a Sant’Antioco, nel Sulcis Iglesiente

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Rientrata al lavoro dopo la breve parentesi nel sud della Sardegna, trovo in ufficio un volume degli Annali di storia ed archeologia sulcitana dedicato al 400° anniversario del rinvenimento delle reliquie di Sant’Antioco Martire, che cade appunto nel 2015 ed è stato celebrato con l’emissione di un annullo speciale dedicato all’evento. Che coincidenza! Una delle tappe più interessanti del nostro viaggio nel sud della Sardegna è stata proprio la visita all’isola di Sant’Antioco, sulla costa occidentale della terra sarda. Chiamare isola Sant’Antioco è improprio, perché è stata collegata alla terraferma da un piccolo ponticello, ma isola lo è nell’animo e nel paesaggio ed ancor più nella sua peculiarità antropologica. Ma andiamo con ordine, altrimenti rischio di fare un bel po’ di confusione!

PicMonkey Collage

Siamo arrivati a Sant’Antioco dopo una variazione “last minute” dell’itinerario che ci avrebbe dovuto portare all’isola di San Pietro, sempre sulla costa occidentale della Sardegna, con imbarco a Porto Vesme di  Porto Scuso. Peccato che siamo incappati in una giornata terribilmente ventosa e di mare agitato e – da marinai d’acqua dolce quali siamo – non ce la siamo sentita di imbarcarci. Sarà per un’altra volta (così abbiamo un ulteriore motivo  per tornare, no?  :) ).

Da Cagliari abbiamo percorso la statale 130, una strada quasi priva di traffico, in cui l’automobilista si trova ad essere fruitore solitario dei paesaggi che veloci gli scorrono accanto: in primavera l’iglesiente è terra meravigliosa, verde e pervasa dai profumi delle erbe aromatiche e dei fiori. Il sovrapporsi di elementi diversi – la natura ancora selvaggia e incontaminata e gli insediamenti di archeologia mineraria, con le torri e gli impianti oramai fermi che si vedono abbarbicati sui declivi delle colline – è un contrasto quasi poetico in cui si esalta il duro lavoro e la fatica dei minatori.

Le colline accanto ad Iglesias sono rosse per i minerali ferrosi di cui sono composte e il terreno vira in mille sfumature: se avete apprezzato le ocre provenzali del Roussillon, le terre di Iglesias vi sembreranno altrettanto – se non di più – affascinanti.

Nei chilometri che separano Iglesias da Porto Scuso si incontrano ancor meno auto: la strada si restringe e il paesaggio in un tratto assume contorni quasi irlandesi, con coste frastagliate,  ombre e luci intense, rocce che emergono dal mare. Pian piano che ci si avvicina a Portoscuso si ritrovano tuttavia gli “orrori” della civiltà industriale: le ciminiere ed i capannoni del polo industriale – sogno tradito dello sviluppo imprenditoriale del Sulcis – le (troppe) pale eoliche che violentano il paesaggio, il porto con i suoi container e piazzali sovradimensionati, resti di un passato industriale che è ormai quasi trasformato in memoria.

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Arriviamo a Porto Vesme, da cui partono i traghetti per Carloforte, in colpevole ritardo: ci siamo fermati a respirare l’aria gonfia di salsedine e a scattare foto per catturare ricordi da riportare con noi. Per il prossimo traghetto c’è da attendere davvero troppo (qui trovate gli orari dei traghetti per l’Isola di San Pietro), rischiamo di arrivare a Carloforte per dover dubito ripartire e quindi decidiamo di modificare il progetto del nostro itinerario e di proseguire verso sud, all’Isola di Sant’Antioco, una delle maggiori isole italiane (lo sapevate? No, e nemmeno io: ha un’estensione di 109 kmq, quarta dopo Sicilia, Sardegna ed Isola d’Elba!).

Sant’Antioco, così come la vicina Isola di San Pietro, possiede una caratteristica unica nel panorama sardo: qui vi si parla ancora il dialetto tabarchino, una lingua di derivazione ligure portata da alcuni pescatori di Pegli che inizialmente si erano stabiliti nella città tunisina di Tabarca. Esiliati, trovarono riparo in queste isole da dove proseguirono la loro attività di pescatori. Sull’Isola di Sant’Antioco è soprattutto Calasetta che può annoverare tra i suoi abitanti i discendenti degli antichi esuli tabarchini: se ne trova traccia nei cognomi e perfino in alcune denominazioni dei negozi.

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Nell’isola di Sant’Antioco si trovano insediamenti nuragici, Tombe dei Giganti e Domus de Janas ma è a partire dalla conquista da parte dei fenici e successivamente dei punico-cartaginesi che assume rilevanza strategica e commerciale. Nota in epoca romana come Sulci, subì poi il destino di terra di conquista che ha interessato più volte la Sardegna fino ad essere – tra il XIII° ed il XVIII° secolo – quasi completamente disabitata. Nelle catacombe sotto quella che oggi viene indicata come la Basilica di Sant’Antioco, furono ritrovate le spoglie dell’omonimo Santo martirizzato dall’imperatore romano Adriano, da sempre venerato protettore della Sardegna: ogni anno migliaia di fedeli partecipano alla processione che percorre le vie di Sant’Antioco.

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Ci inerpichiamo con la nostra auto a noleggio (una piccola Panda, perfetta su strade ed autostrade ma sullo sterrato… ehm!) lungo le strade dell’Isola di Sant’Antioco: abbiamo visto sulla mappa che c’è una strada che corre tutto attorno e vogliamo compiere il periplo dell’isola. Accanto a noi la costa è meravigliosa, l’azzurro del mare si stempera in verde smeraldo, il vento spazza le spiagge deserte e arriva prepotente l’odore della salsedine. Il vento è una costante dell’isola ed anche le coltivazioni ne risentono: i vigneti autoctoni –che affondano le radici nella sabbia come accade anche in Camargue – sono molto bassi mentre i germogli vengono talvolta protetti da strutture di paglia. Sant’Antioco è infatti terra di naviganti e contadini: se a Calasetta c’è la Tonnara, l’entroterra è sfruttato per coltivazioni ed allevamenti.

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Da Calasetta ci fermiamo alla spiaggia delle Saline, alla spiaggia Grande e alla Spiaggia di Mangiabarche, con il faro dello scoglio di Mangiabarche proprio dinanzi, dove sottile ci pervade il desiderio di non allontanarci più da questo luogo magnifico, dove la forza della natura è ancora intatta. Lungo la strada che si inoltra nell’entroterra incrociamo un anziano alla guida di un carretto trainato da un asino (ma sarà vero, o ce lo siamo sognati? Ah, no, per fortuna c’è la foto, seppur sfuocata, a confermarlo!). Dopo alcuni chilometri, una gran brutta sorpresa ci costringerà a fare dietro front: la strada diventa sterrata e con la nostra macchinina sarebbe un sicuro azzardo provare a percorrere la sede stradale sconnessa, fatta di saliscendi e buche. Torniamo insoddisfatti verso il paese di Sant’Antioco, dove ci fermiamo a pranzo nel ristorante che avevamo adocchiato appena arrivati, l’Ittiturismo I Due Fratelli. Tutto a base di pesce, non c’è nemmeno bisogno di sottolinearlo!

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Da lontano si intravedono gli stagni delle saline di Sant’Antioco: occupano un’estensione di 1500 ettari e in lontananza si ergono i grandi cumuli bianchi di cristalli di sale. Sebbene non sia una delle principali della Sardegna, la salina di Sant’Antioco riesce a raggiungere una media produttiva di 160 mila-180mila tonnellate di prodotto per anno. Ma oltre l’aspetto commerciale, ciò che ci interessa è il particolare habitat che si è creato negli stagni: luogo di sosta invernale della fauna avicola, non sarà difficile vedere gru, aironi, il cavaliere d’Italia, pernici e gli onnipresenti fenicotteri rosa, diventati una presenza fissa delle saline (li potete osservare da vicino e senza disturbarli grazie alle barriere di paglia con finestre che ci sono lungo la strada che costeggia le saline. Portatevi un binocolo e la macchina fotografica!).

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Claudia Boccini

Curiosa di novità e di tendenze sociali e culturali, il mio karma è il viaggio

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