Chi ha detto che in Giappone si mangia solo sushi?

Per tutti quelli che pensano che in Giappone si mangia solo sushi ed hanno il terrore  di esser costretti a cibarsi di pesce crudo dalla mattina alla sera, una rassicurazione: state tranquilli, il Giappone a tavola non è solo sushi, sashimi, tempura e ramen o tonkatsu (*), tanto per citare piatti tipici piuttosto conosciuti (e a mio parere davvero molto buoni!). L’apertura all’occidente è evidente anche nella profonda curiosità che i giapponesi hanno per tutti i piatti internazionali, semmai un po’ stravolti  dall’utilizzo di ingredienti non proprio ortodossi. Quindi se avete in programma un viaggio sull’asse Tokyo – Kyoto – Osaka e dintorni e siete tra coloro che non riescono ad ingollare un rotolino di sushi nemmeno sotto tortura, non abbiate timore: troverete pizza (che poi qualche volta si presenti in forma di Hello Kitty e non rotonda, poco male), pasta con il ragù (meno terribile di quanto si potrebbe pensare), hamburger ed hot dog.

Ed, in ogni caso, la cucina giapponese Kaiseki, cucina tradizionale di alto livello, è qualcosa che va ben oltre il sushi e che qualsiasi turista o viaggiatore che dir si voglia, dovrebbe provare

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In Giappone si mangia solo sushi? No, certo!

A Tokyo e nelle grandi città troverete anche numerose pasticcerie specializzate in dolci simil-francesi, dai colori incredibili e decorazioni barocche: il concetto di “dolce” in Giappone è piuttosto recente – per quanto ci possa fare strano a noi italiani, abituati all’associazione quasi obbligata cappuccino/caffé/tè con brioches – a colazione la tradizione nipponica predilige alimenti salati come pesce, carne, zuppe. I locali più alla moda che troverete nei mercati e nelle principali vie dello shopping esasperano quello che – nell’immaginario collettivo – è considerato europeo e quindi elegante e raffinato, con una cura quasi maniacale del dettaglio. Preparatevi a torte e ciambelloni verdi, a base di polvere di tè matcha, a gelati altrettanto verdi (a proposito, il gelato di matcha è buono ma al palato risulta un po’ amarognolo), a macarons coloratissimi. Ovviamente, ci sono anche dolci più simili a quelli cui noi siamo abituati e in entrambi i viaggi che abbiamo fatto in Giappone, una delle tappe fisse per la merenda del pomeriggio – indispensabile per recuperare le energie dopo i chilometri percorsi senza nemmeno rendercene conto – erano i market FamilyMart (**) dove acquistavamo, per poche centinaia di yen, una monoporzione di torta simil-margherita e una tazza di tè in bicchiere “da passeggio”.

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Se visitate una qualsiasi delle grandi città del Giappone (ma anche quelle piccole non sono da meno), la prima cosa che vi stupirà è il numero infinito di locali dove poter mangiare, che siano piccole locande a gestione familiare, ristoranti di livello più o meno elevato, take-away o catene locali di fast food. I costi sono per tutte le tasche ed il livello della cucina è generalmente buono. Perché no, in Giappone non si mangia solo sushi!

Per avere solo un’idea di quanto può essere illimitato il numero di ristoranti che ci sono a Tokyo, fatevi una passeggiata alla stazione centrale, nei lunghi e labirintici corridoi che connettono l’edificio di mattoncini di inizio ‘900 che affaccia su Marunouchi (in pratica, una delle zone più eleganti della città, dove ci sono uffici governativi, multinazionali, vetrine lussuosissime, il tutto a breve distanza dal Palazzo Imperiale) con l’edificio che affaccia su Yaesu, decisamente più moderno con le sue pareti di cristallo. Nella stazione di Tokyo i tanti corridoi prendono il nome di “strade” ed ovviamente non può mancare una kitchen street, una strada dedicata alla cucina ed ai ristoranti. Alla Stazione di Tokyo non c’è paura di soffrire la fame: oltre ai ristoranti, caffetterie, fast food, negozi che vengono alimenti, pasticcerie più o meno raffinate, gli immancabili distributori a gettoni di bevande ed i chioschi dove acquistare i bento con il pranzo o la cena  pronti da portare in treno, in pratica l’equivalente del nostro “cestino da viaggio”.

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Nei meandri della stazione vi imbatterete in decine e decine di ristoranti, agli occhi del profano occidentale simili l’uno all’altro, con cartelli con menù e costi (attenzione, quasi sempre solo in giapponese), camerieri sorridenti ed ossequiosi, talvolta vetrine con le classiche pietanze di plastica (i sampuru) con il prezzo. Quest’ultime sono una salvezza, davvero, quando non esiste menù in inglese: il cameriere vi porta fuori a vederli, voi indicate quel che volete mangiare e l’ordine in qualche modo è bell’e che fatto!).

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Per lo street food, indirizzi sicuri sono sempre i mercati: a Tokyo il famoso Tsukiji, il mercato del pesce, è una certezza, ma anche i chioschi che si trovano attorno al Tempio Sensōji di Asakusa offrono spuntini a poco prezzo. Se invece volte provare street food di qualità, sempre nel quartiere di Marunouchi di Tokyo, nel piazzale del Tokyo International Forum (la struttura architettonica, opera dell’uruguayano Rafael Vinoly, è molto interessante da visitare!) durante l’ora di pranzo sostano una decina di camioncini moderni, dai colori e dalle forme divertenti, ciascuno specializzato in un tipo di pietanza. Scegliete quello che vi ispira di più, fate la vostra ordinazione, prendete il piatto e sedetevi ad uno dei tavoli comuni che sono a disposizione, a gomito a gomito con gli impiegati che lavorano negli uffici circostanti (noi abbiamo scelto il camioncino “simil messicano” ed abbiamo preso guacamole con riso e tacos di tonkatsu :) ).

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I giapponesi mangiano spesso fuori casa, oppure in treno, in parte costretti a causa dei lunghi orari di lavoro e di scuola ed ancor più dai lunghi spostamenti casa-ufficio che debbono sopportare. Il vecchio bento, la scatola di lacca tradizionale (o anche di plastica) dove viene conservato il pasto da portare a scuola o in ufficio – spesso artisticamente disposto da capaci massaie nipponiche – perde posizioni a favore di street food di qualità preparato in chioschi o truck-food o  strategicamente posti vicino le principali  vie specializzati in riso al curry, jacked potatoes, würstel bavaresi ed, appunto, tacos in stile messicano pronti a saziare gli appetiti di officemen ed officeladies.

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Note:

(*) tonkatsu: maiale panato e fritto, una sorta di cotoletta alla milanese ma più spessa;

(**) Family Mart: è il “combini”, ovvero la botteghina di quartiere – anzi, di isolato, perché ce ne sono davvero tanti – dove trovare tutto l’indispensabile, dalle bevande alle pietanze già pronte, giornali, piccola cosmetica, cartoleria essenziale, snacks, caffetteria. Insomma, se all’ultimo momento vi accorgete di aver dimenticato dentifricio e spazzolino, oppure vi si sono smagliate le calze o avete voglia di mangiucchiare qualcosa, sapete dove andare (altra alternativa, altrettanto valida, è il SevenEleven, dove, tra l’altro, ci sono i POS che accettano anche le carte di credito occidentali) .

Claudia Boccini

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