Le Catacombe dei Cappuccini di Palermo: memento mori

Sarà che con il mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima, sarà che “cenere sei e cenere tornerai“,  ma il post di oggi tende al macabro spinto, quindi se siete deboli di stomaco o sensibili ai temi dei defunti, saltate la lettura (magari rileggetevi un post più divertente, come 10 idee per festeggiare San Valentino). La morte è infatti la protagonista assoluta delle Catacombe dei Cappuccini di Palermo, un’insieme di locali zeppi fino all’inverosimile di morti, di cadaveri, di mummie, di bare.

Palermo_catacombe_dei_Cappuccini

Di Giuseppe Barberis – Strafforello Gustavo, La patria, geografia dell’Italia / Parte 5. Italia insulare: Sicilia, Unione Tipografico-Editrice, Torino, 1893., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41684208

Abbiamo visitato le Catacombe dei Cappuccini in occasione del nostro viaggio a Palermo – un po’ per caso a dir la verità, non era certo in programma – al ritorno dalla nostra mini gita a  Monreale con l’Apecar turistica. Tra una chiacchiera e l’altra, il conducente ci aveva raccontato di questo posto incredibile, tra il sacro ed il profano, che avremmo potuto visitare in poco più di un’ora di tempo. Conosciamo la Cripta dei frati cappuccini di Roma (si trova in Via Veneto, in pratica io ci confino con l’ufficio) e ci aspettavamo un’esposizione di ossa e teschi più o meno artisticamente disposti. No, no, no! Assolutamente tutta un’altra cosa, a mio parere molto più macabra!

Da fuori, dall’esterno, nulla lascia intuire cosa si nasconde “sotto”: c’è il cimitero, la chiesa di Santa Maria della Pace, il Convento dove vivono i frati. Poi si entra in una porticina, si paga il biglietto (3€, giusto per le spese di manutenzione) e si scende una scala che curva ad angolo. E si resta senza fiato o, meglio, il fiato si strozza in gola. Migliaia di corpi senza vita, forse più di 8.000 (pare che manchi un inventario), in condizioni di conservazione e mummificazione più o meno (meno, meno…) perfetta, vi accolgono appesi sulle pareti, disposti in nicchie, adagiati su bare. I ghigni sdentati dei cadaveri, le bocche spalancate, gli abiti che ricoprono i poveri resti vestendoli come se fossero ancora in vita, alcuni addirittura con cilindro e finanziera (n.d.r: giacca maschile).

L’estensione delle gallerie, un corridoio dietro l’altro, è grande, in ciascuno centinaia di corpi polverosi, talvolta sfatti, capelli che assomigliano a stoppa che scappano da cuffiette di stoffa e paglia che sfugge da ventri privi di vita. Casse da morto accatastate una sull’altra fino ad arrivare al soffitto – che pure è alto – quasi ad avvolgere il visitatore. Una sorta di archivio di morti: organizzati per genere (il corridoio degli uomini, quello delle donne, dei preti, dei monaci, dei bambini – terribile questo), per professioni e ceto sociale (i borghesi, i commercianti, i militari, le zitelle, le famiglie). In ogni caso, per lo più sono cadaveri di persone che in vita appartenevano al ceto sociale elevato, perché il processo di mummificazione prevedeva una procedura lunga e costosa, non alla portata di tutti.

All’inizio si resta inorriditi, questa esposizione plateale di morti è inquietante ed è emotivamente molto, molto più forte del “memento mori” che dovrebbe rappresentare. Poi, superato il primo impatto, subentra la curiosità, il chiedersi il perché di questa messa in scena macabra. E si comincia a percorrere la passerella che collega i diversi corridoi con l’istinto di un detective, di un antropologo. Ci si dimentica di essere dentro un cimitero, circondati da cadaveri.

Tutto nasce alla fine del ‘500 (la prima salma ad essere collocata nelle Catacombe nel 1599 è di un frate, Frate Silvestro da Gubbio) quando la necessità di inumare i confratelli defunti spinse i frati a scavare dei sotterranei nel Convento per utilizzarli come tombe. Per un meccanismo fisico, dovuto alla poca umidità del luogo, i corpi anziché decomporsi si mummificavano lasciando pressoché intatti i corpi. Divenne quindi uso, nella buona società palermitana, far seppellire i propri cari nelle Catacombe dei Frati Cappuccini, affinché il processo di mummificazione li conservasse agli affetti familiari per l’eternità. Il processo naturale di mummificazione veniva in ogni caso “aiutato” dai frati, che evisceravano i defunti, talvolta li lavavano con arsenico o acqua di calce e li disponevano in celle definite “colatoi”, ermeticamente chiuse, per la durata di un anno. I corpi, oramai mummificati, venivano quindi lavati con aceto, riempiti di paglia e foglie di alloro e vestiti con gli abiti migliori per poi essere appesi “in bella mostra” nella nicchia che gli era stata destinata.

L’ “accatastamento” di salme imbalsamate continuò fino al 1880 quando, sulla spinta dell’Editto di Saint Cloud voluto da Napoleone per organizzare le norme sui cimiteri e allontanare lo spettro di epidemie e pestilenze (è lo stesso che impose, tra l’altro, che i defunti fossero sepolti in cimiteri al di fuori delle mura della città e non, come si usava fino ad allora, dentro le cripte delle Chiese) e in ossequio alle nuove disposizioni sanitarie introdotte con il Regno d’Italia che le aveva fatte proprie, i frati Cappuccini smettono di accogliere defunti nelle Catacombe ed aprono l’attuale cimitero all’aperto, accanto alla chiesa di Santa Maria della Pace. Due sole le eccezioni accordate: nelle Catacombe dei Cappuccini di Palermo sono stati posti nel 1911 il corpo di Giovanni Paterniti, Vice Console degli Stati Uniti  e nel 1920 il corpo imbalsamato di Rosalia Lombardo, morta di polmonite a due anni di età. Vedere questa bimba è uno choc non indifferente: sembra viva, addormentata, che aspetti solo che la sua attuale bara di acciaio,  satura di azot0 per evitare principi di decomposizione, si apra per tornare a vivere e giocare.

Le Catacombe dei Cappuccini di Palermo sono oggi la meta di turisti e curiosi e nel passato era una delle tappe imperdibili nel Grand Tour che veniva compiuto in Italia da letterati e aristocratici. Se per qualsiasi motivo siete a Palermo, avete lo stomaco e non soffrite di incubi notturni, visitatele. Ed evitate, per favore, di scattare fotografie: ci sono cartelli dappertutto che invitano ad avere rispetto dei defunti, annunci vengono ripetuti con regolarità ricordando di non fare riprese (anche perché, se avete voglia di macabro, basta cercare su Google “Catacombe di Palermo” e trovate tutte le foto che volete) eppure… eppure mentre noi le stavamo visitando, innumerevoli i flash e gli scatti che venivano fatti, persino “selfie di papà, mamma, bimbo e mummia“. Le mummie delle Catacombe dei Cappuccini ora saranno solo vuoti simulacri, ma sono stati esseri umani, e meritano rispetto (ed è anche questo il motivo per cui nel post non trovate foto ma solo un disegno, neppure troppo macabro perché vi assicuro che la realtà è assai più “foirte”).

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 Informazioni utili:

Le Catacombe dei Cappuccini si trovano a Palermo in Via dei Cappuccini n. 1, Palermo e sono aperte tutti i giorni dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18, ad eccezione della domenica pomeriggio nei mesi da fine ottobre a fine marzo). Il biglietto costa 3€. Si raggiungono a piedi, con 15-20 minuti di passeggiata, da Palazzo dei Normanni.

Claudia Boccini

Curiosa di novità e di tendenze sociali e culturali, il mio karma è il viaggio

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