Mostra sulla cultura alimentare Washoku a Roma

Ancora un post che parla di Giappone, ma questa volta il Paese del Sol Levante è dietro l’angolo e non serve prendere un volo intercontinentale: presso l’Istituto Giapponese di Cultura di Roma ha aperto la mostra – ad ingresso gratuito –  Washoku la colorata vita alimentare dei giapponesi, in programma fino al 19 aprile 2017 (in basso trovate tutte le informazioni utili). E, da appassionata del Giappone, non potevo farmela scappare!

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in alto: Cronache della grande pace e felicità: la battaglia di Dolci e Sake, di Utagawa Hiroshiga; al centro, origami gru; in basso Parodia del Capitolo Hana no En del Genji Monogatari, di Utagawa Toyokuni III

La mostra parte dall’esperienza del Padiglione del Giappone di Expo 2015 – che ha avuto un successo strabiliante, visitatori in fila per ore ed ore per poter entrare a scoprire la cultura alimentare del Paese del Sol Levante, la sua storia agricola e assistere alle meraviglie degli spettacoli che vi veniva proposti – e racconta, in modo estremamente dettagliato, il Washoku, ovvero la cultura alimentare tradizionale giapponese ed i riti legati al momento del mangiare. Tra l’altro, la cucina giapponese può contare su una produzione agricola estremamente varia, grazie all’estensione dell’arcipelago giapponese che va dalle calde regioni tropicali e semi-tropicali del sud fino al clima freddo, addirittura artico, dell’Hokkaido.

La filosofia Washoku è così importante da aver meritato dall’Unesco, nel 2013, il riconoscimento di Patrimonio Culturale Immateriale. Eleganza delle preparazioni culinarie, attenzione al dettaglio anche nella presentazione e nelle stoviglie utilizzate, rispetto per il cibo e salubrità dei pasti sono tra gli elementi che fanno della cucina giapponese una delle più apprezzate e sane: va infatti ricordato che il popolo giapponese, grazie alla qualità dei prodotti ed all’alimentazione sana – non ci sono mai troppi grassi, la carne è utilizzata assai meno del pesce, c’è grande uso di legumi e verdure, viene utilizzato molto il pesce e le alghe garantiscono l’apporto di iodio – è uno dei più longevi del mondo.

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gadget giapponesi a forma di pietanze

La mostra, che si svolge in una sala che anche esteticamente richiama elementi del Giappone con le pareti esterne scorrevoli in carta di riso (*), fornisce ai visitatori occidentali la chiave per comprendere la cultura alimentare giapponese e le sue radici profonde, che uniscono, alimentazione, religione, rispetto degli altri, cura dei propri cari. E si scopre che sì, si mangia anche il sushi ma soprattutto c’è tanto, tanto altro.

Una delle sezioni della mostra che mi è piaciuta di più si sofferma sul menù tradizionale giapponese, momento importante nella vita quotidiana scandito da precise regole di comportamento. Un pranzo tradizionale fino a qualche decennio fa veniva offerto ai singoli commensali dentro l’hakozen, una scatola di legno di pregio il cui coperchio si tramuta in vassoio e prevedeva – ma prevede ancora, fidatevi! – un equilibrato bilanciamento di alimenti: ci sarà sempre l’ichijiru nisai, ovvero una zuppa e due piatti forti accompagnati da riso e sottaceti tsukemono, questi ultimi con l’importante compito di eliminare sapori troppo forti a fine pasto. Come sempre in Giappone, nulla è lasciato al caso ed ogni minimo dettaglio e comportamento è codificato: le ciotole con le pietanze hanno una loro posizione, così come le bacchette ohashi vengono disposte in modo da avere le punte rivolte a sinistra. Prima di iniziare, un momento importante è riservato alla meditazione ed al ringraziamento: la formula itadakimasu ha una valenza fortissima, è il ringraziamento che l’essere umano rivolge al cibo, che dà la vita ed a sua volta era stato essere o elemento vitale. Insomma, in Giappone il sacrificio di animali ma anche di vegetali e legumi avviene nella consapevolezza che il flusso vitale si trasforma e nulla viene sacrificato invano. Da qui ne discende che nulla deve andare sprecato e non si devono lasciare avanzi nelle ciotole/piattini. Semmai, meglio servirsi poco alla volta.

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in senso orario, dal’alto: piatto di pesce fugu, barile di sake, il pasto nell’hakozen, i contenitori di legno che servivano come unità di misura del riso

Anche in Giappone è fortissimo il legame tra cibo, alimentazione e affetti familiari: sebbene oggi, per questioni di lavoro, soprattutto nelle grandi città si tende a mangiare spesso in izakaia e piccoli ristorantini di quartiere, la cucina casalinga resta la più apprezzata. Alcune sezioni della mostra approfondiscono singolarmente le pietanze che costituiscono il pasto tipico Washoku, alcuni noti ed utilizzati anche in occidente, altri decisamente esotici quanto meno come elaborazione: il riso, il brodo e le zuppe, il pesce e la verdura, i legumi, i dolci. Ecco, sui dolci va aperto un capitolo a parte: sebbene in Giappone oramai si vendono dolci in tutto e per tutto identici a quelli occidentali e tanti chef sono venuti in Europa per studiare i segreti dalla pasticceria francese con la conseguenza di aver aperto il gusto a nuovi sapori (nei negozi, perfino nei Combini, si vendono a pochi yen dolcetti di pastafrolla, tortine e biscotti mentre nelle raffinate pasticcerie a costi ben più elevati si trovano torte simili a ciambelloni, torte di mele, al cioccolato, alle fragole, sempre esteticamente perfetti), i wagashi sono i tipici dolcetti giapponesi reliazzati dall’elaborazione del grano o del riso, lavorati fino a farne una pasta morbida e viscosa spesso ripiena di marmellata di fagioli rossi dolci, sempre proposti in forme deliziose.

La mostra, oltre ad esporre alcune opere d’arte e riproduzioni di stampe nishikie con tema il cibo, in scene classiche o satiriche risalenti alla seconda metà del XIX secolo, ha un divertente settore con riproduzioni in plastica delle più note pietanze giapponesi e quindi ho scoperto che la ciotola di riso ricoperta di mini pesciolini che ho mangiato a Fukuoka si chiama shirasu e che avrei dovuto completare con della salsa di soia il namatamago, ciotola di riso bianco con un uovo crudo mentre la specie di bottarga, piccante e saporita, assaggiata sempre a Fukuoka è il mentaiko.

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riproduzioni in plastica di alcune delle possibili variazioni del riso

Se avete in programma un viaggio in Giappone, se siete appassionati della cultura e della cucina di questo magnifico Paese, vi consiglio davvero di visitare a Roma la mostra Washoku la colorata vita alimentare dei giapponesi: scoprirete tante informazioni e vi verranno forniti gli strumenti per evitare figuracce una volta sul posto (ad esempio, sapevo che è un tabù infilzare le bacchette nel cibo, ma non che non devono mai essere sgocciolanti di zuppa o liquidi)! Nella mostra non viene presa in considerazione la carne: nel buddista Giappone, fino al XIX° secolo non veniva quasi mai utilizzata a tavola.

Informazioni utili:

  • La mostra Washoku la colorata vita alimentare dei giapponesi è aperta fino al 19 aprile 2017 presso l’Istituto Giapponese di Cultura – via Antonio Gramsci 74 00197 Roma (tel. 06 3224754).
  • orario di visita: dal lunedì al venerdì (9-12.30/13.30-18.30, mercoledì solo fino alle 17.30) il sabato solo la mattina (9-13).
  • ingresso libero

(*) L’edificio dell’Istituto di cultura giapponese di Roma è stato progettato dall’architetto Yoshida Isoya (1894-1975), che con metodi di costruzione moderni è riuscito a preservare le  caratteristiche di un edificio tradizionale del periodo Heian, utilizzando ove possibile materiali provenienti dal Giappone. Completa l’edificio il tradizionale giardino giapponese, con laghetto e ponticelli, che si può visitare su prenotazione.

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scorcio dell’Istituto di cultura giapponese

Claudia Boccini

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