Cosa si fa il primo dell’anno in Giappone

Il nostro terzo viaggio in Oriente è iniziato il 30 dicembre 2016, una scelta fatta per avere la possibilità di partecipare ai riti del primo dell’anno in Giappone: siamo arrivati a Tokyo in tempo per il 31 dicembre, e la prima cosa che abbiamo capito, mentre nella zona di Ginza andavamo alla ricerca di un ristorante dove cenare – il 31 dicembre dalle 18.00 cominciano a chiudere tutti i negozi e i megastore, per cui il quartiere del lusso diventa un deserto urbano – è che la notte di Capodanno in Giappone si vive in modo sostanzialmente diverso da come siamo abituati a trascorrerla noi europei e occidentali: se per i gaijin (*) è tra i momenti più attesi, da vivere in allegra caciara con amici e parenti per esorcizzare l’anno che finisce e contemporaneamente dare il benvenuto al nuovo anno tra brindisi e feste,  in Giappone il Capodanno è per lo più una serata intima, da trascorrere in famiglia, con una buona cena e guardando la TV, sebbene non manchino festeggiamenti all’occidentale – con brindisi, fuochi d’artificio, feste in strada in attesa della mezzanotte. Anche nell’Izakaya di Shimbashi, dove alla fine abbiamo cenato la sera del 31 dicembre con una scorpacciata di ravioli gyoza e un paio di birre, non c’era assolutamente nulla che ricordasse che era giorno di festa, nemmeno una stellina filante, una scintillina, un addobbo particolare, niente! E allora, tristissimo Capodanno? No, assolutamente, solo diverso e per questo speciale!

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Il primo dell’anno in Giappone è un momento molto sentito: qui migliaia di fedeli si recano al Tempio Meiji Jingu

Perché ciò che ha davvero valore sono le liturgie e le tradizioni: il primo dell’anno in Giappone è importante la simbologia del nuovo inizio, e quindi fin dal 1° minuto del 1° gennaioci sono tutta una serie di riti da rispettare per festeggiare degnamente il Capodanno, definito o-shogatsu. Così come avviene anche in Occidente, al primo giorno dell’anno si legano auspici di buona salute e di buona fortuna e sono importanti tutte le “prime cose” che vengono compiute in questa giornata speciale, in cui perfino gli uffici, le scuole e gran parte dei negozi resteranno chiusi. Quindi è importante svegliarsi presto per vedere la prima alba del primo giorno dell’anno (Hatsuhinode), partecipare alla prima cerimonia del thè (Hatsugama), scrivere con il pennello le parole guida dell’anno, che devono essere ben auguranti (Kakizome)perfino fare i primi acquisti dell’anno (Hatsu-uri). Fuori dalle porte delle case e dei negozi viene allestito il Kadomatsu, una decorazione composta da un tronco di bambù, rami di pino, corde intrecciate, ritagli di cartone rosso a forma di zigzag e da un’arancia: ha la funzione di tenere fuori dall’uscio gli spiriti malvagi ed allo stesso tempo di invogliare quello buoni ad entrare.

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Un kadomatsu

Il sottofondo sonoro del primo dell’anno in Giappone sono i 108 rintocchi di campana o di gong (il cosiddetto Joya No Kane): per la religione buddista i peccati originali dell’umanità sono 108 e ad ogni colpo di gong suonato dai monaci nei templi ne viene ‘perdonato? uno, affinché il nuovo anno inizi senza scomodi bagagli. I primi colpi di gong sono suonati già allo scoccare della mezzanotte, per poi proseguire nel corso del giorno. E’ considerato un privilegio poter partecipare alla cerimonia e suonare un colpo di gong: in alcuni templi ci si mette in  fila e si partecipa anche se nella maggior parte bisogna prenotarsi ed anche pagare una quota per poterlo fare. In ogni caso, assistere al suono del gong è un’esperienza da non perdere perché si riesce a comprendere quanto per i giapponesi sia forte e sentita la spiritualità della giornata.

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Primo dell’anno in Giappone: all’interno del recinto sacro del tempio Meiji Jingu (Tokyo)

Sempre a metà tra fede, superstizione e tradizione, altro momento importante del primo giorno dell’anno in Giappone è l’Hakizome, ovvero la meticolosa pulizia degli spazi e delle abitazioni: si purificano gli ambienti di vita affinché nulla resti delle tristezze, degli affanni, dei momenti meno belli dell’anno trascorso. Un po’ quello che facciamo anche noi, a pensarci bene, quando il primo dell’anno gettiamo via la roba vecchia, in un rito  di rinnovamento e purificazione antico come il mondo.

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Il sancta sanctorum del tempio Meiji Jingu (all’interno c’è il grande gong rituale )

Importantissimo è partecipare all’Hatsumode, la visita rituale ai templo buddisti o shintoisti della propria città: a Tokyo abbiamo assistito all’incessante sfilare di migliaia e migliaia di cittadini davanti al tempio Meiji Jiungu (le foto che ho inserito sonosn tate scattate nell’occasione, ma era ancora presto e non c’erano tanti visitatori), ma immagino che anche in tutti gli altri grandi templi della città, dal Sensoji allo Zojoji, sia stata la stessa cosa. Nei templi si va per pregare, per versare offerte, per purificarsi con l’acqua e con il fumo dell’incenso ma anche per acquistare nuovi piccoli amuleti con cui adornare la casa sostituendo quelli che avevano accompagnato l’anno terminato. Un altro motivo per andare al tempio è scrivere i propri desideri e preghiere sulle tavolette votive, gli Ema (si acquistano con poche centinaia di yen nei chioschi dei templi), da appendere  affinché gli spiriti kami li possano leggere.

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Primo dell’anno in Giappone: uno dei Torii (portali) che si incontrano nel percorso che porta al tempio Meiji Jingu

Durante la nostra permanenza presso il tempio Meiji Jingu, abbiamo notato che alcune donne indossavano i tradizionali kimono e che il servizio d’ordine era estremamente efficiente, con decine e decine di poliziotti armati di megafono e un percorso lungo la strada nel bosco rigorosamente a senso unico, affinché non ci fossero problemi di ingorghi di persone. E poiché ogni Paese è diverso ma se vai a vedere tutto si assomiglia, a quanto pare anche a Tokyo i Santi finiscono in gloria (**), perché una volta adempiuto al rito religioso (***) i fedeli trovano ad aspettarli, poco più avanti, una zona riservata ai banchetti dello street food.

Alcune informazioni utili:

  • Per arrivare al tempio Meji Jingu, conviene utilizzare la metropolitana (linea C verde, fermata Meiji Jingumae) oppure la linea ferroviaria urbana JR Jamanote, fermata Harajuku (è la stazioncina che ricorda un cottage inglese);
  • si accede al tempio passando sotto un grosso Torii di legno e seguendo la strada asfaltata che passa in mezzo al bosco;
  • da segnalare, la raccolta di botti di sakè (kazaridaru), tradizionale offerta votiva alle divinità shintoiste e quella di botti di rovere provenienti da vigneti francesi della borgogna, che risalgono al periodo in cui l’illuminato imperatore Meji decise di aprire il Giappone alle culture occidentali, prendendo il meglio da ciascuna di esse;
  • se dovessero servire, sia lungo la strada che nella zona dei servizi ci sono toilette
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Le botti di sakè decorate nel viale che porta al tempio Meiji Jingu

(*) termine che indica genericamente gli stranieri, i non giapponesi

(**) non so se è un modo di dire romano o meno, ma di certo lo diceva mia mamma per indicare che alla fine di ogni celebrazione, anche la più seria, alla fine ci scappa sempre un momento conviviale dove al centro c’è il cibo

(***) per prendere parte al rito shintoista: prendete un mestolo di acqua alla fontana, versarne un po’ sulla mano destra, sulla sinistra e con un sorso sciacquare la bozza (l’acqua si butta in una bacinella posta accanto), si sciacqua il mestolo. Quindi si sale al tempio, si fa un’offerta (bastano pochi spiccioli, meglio 100 yen), si fa suonare la campana, ci si inchina due volte, si battono due volte le mani. Momento di raccoglimento e per finire un ultimo inchino. Nel caso di templi buddisti, non è richiesto di battere le mani ma ho visto che in tanti lo fanno comunque.

Claudia Boccini

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