Itinerari palermitani: il mercato della Vucciria

Complice l’incontro organizzato dall’Associazione italiana travel blogger in collaborazione con Visit Palermo, con grande gioia a distanza di un paio di anni siamo tornati nella bella Palermo. E’ una città che al primo impatto lascia senza parole per la profonda commistione di anime, di stili, di abitudini tra loro completamente diversi eppure mescolati tra loro, senza una linea di demarcazione netta, tanti quanti sono gli itinerari palermitani che si possono seguire: la Palermo elegante e barocca dei teatri, dei palazzi nobili e delle vie del passeggio e dei negozi lussuosi convive con la Palermo popolare, dove le vie strette e anguste profumano di fritto e di mare, in cui sono ancora vive ed evidenti le tracce della dominazione araba, di quella normanna e poi ancora delle stirpi francesi e spagnole che si sono avvicendate al governo della città e della Sicilia. Nel mezzo c’è – senza alcuna vergogna a porsi accanto a zone ristrutturate e recuperate – la Palermo decadente, struggente, controversa e meravigliosa degli edifici e dei corpi di fabbrica segnati profondamente dalle ingiurie del tempo e dall’incuria, abbandonati al loro destino e che portano negli infissi e nelle volute di ferro battuto che ornano i balconi il segno tragico di giorni migliori.

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Fa strano vedere, ad esempio, come in Piazza Pretoria – una piazza non eccessivamente grande, una vera e propria bomboniera famosa per l’omonima fontana e su cui affacciano il Palazzo delle Aquile (ovvero, il Comune di Palermo), il complesso della Chiesa di Santa Caterina e il restaurato Palazzo Bonocore – proprio all’angolo tra via Maqueda e via Vittorio Emanuele ci sia uno dei palazzi che formano lo snodo dei Quattro Canti in condizioni a dir poco preoccupanti. E questa alternanza di restaurato e abbandonato, di integro e diruto si replica in tutto il centro storico della città. Ma non è incuria, come si potrebbe pensare al primo impatto. O, almeno non è il disinteresse il motivo di tanto patrimonio edilizio abbandonato a se stesso. Durante la  II^ Guerra Mondiale Palermo pagò un terribile contributo e il 9 maggio 1943 l’offensiva delle truppe inglesi ed americane impegnate a combattere le truppe tedesche che avevano scelto come base la città fu terribile: in una giornata di vera tragedia 22 aerei sganciarono in un bombardamento a tappeto oltre 1.100 bombe, di cui molte incendiarie, che lasciarono a terra morti e in macerie palazzi, Chiese, monumenti.

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Eppure nonostante i palazzi bombardati, che oramai sono parte del volto della città perché troppo oneroso per i privati provvedere al loro recupero, a distanza di due anni abbiamo trovato Palermo diversa, se possibile migliore. Mai dimentica del suo ruolo di capitale, anche se di un Regno che non c’è più sulla carta ma persiste nello spirito di giusto orgoglio dei palermitani, la città è complessa e affascinante e deve essere scoperta pian piano, con calma, attenzione e con tutto il tempo necessario a disposizione per poterne assorbire ritmi, abitudini, storie particolari. Palermo si visita in pochi giorni ma per conoscerla davvero non basta una vita e il consiglio è di imbastire gli itinerari palermitani focalizzandosi su zone specifiche e quindi percorrere canto (angolo) dopo canto, un vicolo e poi un altro ancora.

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Meglio ancora se la visita di Palermo la si suddivide in piccole zone da approfondire in momenti successivi e di certo Borgo Vecchio, Castellammare, Kalsa, Albergheria, Monte di Pietà sono le zone da non mancare e si possono seguire itinerari palermitani legati ad un tema specifico – la Palermo araba-normanna, quella barocca, la Palermo della denuncia sociale e della street-art, dei coloratissimi mercati popolari, delle  botteghe artigiane e tradizionali. Oppure, si può ‘costruire’ un itinerario seguendo il gusto perché a Palermo la cucina fa parte della storia della città e prima ancora che lo street-food sciccosetto venduto da Apecar customizzate diventasse abitudine urbana delle metropoli occidentali, da tempo le vie della città siciliana venivano percorse da carrettini minimi sospinti a mano che trasportavano enormi pentoloni fumanti in cui le frattaglie e gli ingredienti poveri riposavano al caldo, pronti a maritarsi con pane croccante ricoperto di sesamo e sfamare operai e lavoratori (e, oggi, anche a sfamare truppe di turisti curiosi!). Insomma, il cibo di strada a Palermo è una cosa terribilmente seria ma anche incredibilmente buona (e per conoscere meglio la locale cucina di strada, vi rinvio al post su i sapori dello street-food palermitano).

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E prima di indicarvi gli itinerari palermitani imperdibili ed i luoghi simbolo della città, prima di farvi conoscere il museo archeologico regionale  Antonio Salinas, la Galleria di Arte Moderna di Palazzo Abatellis, prima ancora di raccontarvi l’itinerario alla scoperta della street-art cittadina che abbiamo percorso o mostrarvi – con foto ancor prima che con le parole – la storia di Palazzo Branciforte, per introdurvi alla città di Palermo e farvi calare nella sua atmosfera vi porto al mercato della Vucciria, uno dei mercati storici di Palermo, conosciuto anche per essere diventato il soggetto di uno dei quadri più famosi di Renato Guttuso (vi lascio il link di un articolo del Touring Club sulle opere di Renato Guttuso, con foto del dipinto).

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La Vucciria non è l’unico mercato storico di Palermo, altrettanto famoso è quello di Ballarò (che ha perfino prestato il nome ad una nota trasmissione televisiva) mentre forse meno turistico ma assai ‘vivo’ perché frequentato quotidianamente dai palermitani doc è quello del Capo, in cui massaie e ristoratori vanno a fare incetta di ingredienti freschissimi che ben presto finiranno in pentola. La Vucciria è invece un mercato che vive di ricordi e molti dei banchi e delle botteghe sono oramai chiuse o hanno lasciato il posto a rivendite di souvenir o locali che aprono la sera per dare rifugio (e ristoro alcolico) ai viandanti della movida palermitana. Tuttavia il mercato della Vucciria va visitato perché è emblematico il contesto urbanistico in cui si trova e soprattutto perché da qualche anno a questa parte è diventato punto di ritrovo di street-artist. Vucciria come deformazione del francese boucherie, macelleria (un tempo nella zona c’erano i macelli). Da boucherie a buccirìa il passo è breve per poi tramutarsi in Vuccirìa. E il nome del mercato è diventato a sua volta aggettivo: dire ‘fare vuccirìa‘ equivale a dire fare una gran confusione!

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Il modo più semplice di entrare nel mercato è da Largo San Domenico (ci si arriva percorrendo via Roma, come riferimento chiedete per La Rinascente) e da qui prendere via dei Maccherronai (ma non potete sbagliarvi, in alto c’è l’insegna con il nome – vedi foto). Un dedalo di viuzze che prendono il nome dagli antichi mestieri artigiani che vi venivano praticati – via dei coltellieri, via dei pannieri, via argenteria, via dei frangiai – lungo le quali sono esposti banchi di frutta e verdura, di pescato fresco e gli immancabili venditori di pane e panelle o pane ca ‘meusa, cibo di strada che nasce dalla necessità di riempire la pancia con pochi piccioli (non non mi sono sbagliata a scrivere, era il nome di monete coniate nel Regno di Sicilia) e che rielaborava ingredienti semplici (panelle=farina di ceci fatta a pastella e fritta) o di scarto.

Piazza Caracciolo si può considerare come il ‘salotto’ della Vucciria, una piccola piazza dedicata al vicerè che si occupò della sistemazione urbanistica del mercato, caotica quanto basta per dare il polso della vitalità palermitana. Qui sì che il tessuto urbano è controverso e inquieto e tanti sono gli edifici abbandonati o danneggiati che ospitano sulle facciate opere di artisti di street art, al tempo stesso forma di abbellimento e di riscatto dall’oblio di una zona di Palermo che rischia giorno dopo giorno la gentrificazione: i vecchi residenti lasciano il posto a Relais e B&B, le bettole popolari a ristoranti e locali dove bere fino a tarda notte.

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Claudia Boccini

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