Itinerario da Roma per visitare le terre del Gran Sasso

Le mie vacanze estive – quelle vere, dove mi riposo e seguo ritmi lenti – sono terminate già da un po’ di tempo ma non è ancora finita la voglia di viaggiare e di scoprire nuove destinazioni, possibilmente da poter raggiungere nel fine settimana e soprattutto senza spendere cifre eccessive. Nasce così l’idea di fare una escursione sul Gran Sasso – parte di un Abruzzo che conosciamo davvero poco –  ripercorrendo le strade statali (Salaria e Tiburtina) e le vie regionali e provinciali che un tempo, prima che venisse inaugurata la veloce ma costosa autostrada Roma- L’Aquila – Pescara –  erano l’unica via di collegamento tra la Capitale e l’Abruzzo, con la libertà di fermarci tutte le volte che un dettaglio, una chiesa o un monumento ci incuriosiscono. E per garantire la giusta ‘lentezza’ all’itinerario e sfuggire almeno una notte dal caldo asfissiante di Roma, abbiamo scelto di spezzarlo in due e fermarci in Abruzzo per un pernottamento a Poggio Picenze, paesino a pochi chilometri da L’Aquila. In totale un itinerario di quasi 450 km., che abbiamo scelto di fare in auto perché purtroppo il meteo a metà agosto prometteva pioggia sugli Appennini ma che sarebbe altrettanto fattibile in moto (anzi, a parere di Francesco sarebbe stato ancor più bello, perché si incontrano strade che scalano le montagne con tornanti e rettifili che rendono divertente il percorso). Un fine settimana trascorso tra paesaggi montani, pianori alpini immensi e città e borghi eroici, con le ferite del terremoto del 2009 purtroppo ancora aperte e ben visibili.

Tappe dell’itinerario per visitare le terre del Gran Sasso (1° giorno – 265 km.)

  1. Roma – via Salaria
  2. Antrodoco
  3. Barisciano
  4. Santo Stefano di Sessanio
  5. Gran Sasso e Campo Imperatore
  6. Rocca Calascio
  7. Castelvecchio Calvisio
  8. San Pio delle Camere
  9. Navelli
  10. Capestrano
  11. Poggio Picenze

Tappe dell’itinerario per visitare le terre del Gran Sasso (2° giorno – 265 km.)

  1. Poggio Picenze
  2. L’Aquila
  3. Altopiano delle Rocche (Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo, Ovindoli)
  4. Avezzano
  5. Roma – via Tiburtina

 

Abuzzo itinerario 1

(mappa: screenshot da Google Maps)

1° giorno

Da Roma ad Antrodoco

Siamo partiti da casa il sabato mattina piuttosto presto, per evitare il traffico da bollino nero anche se noi, che andavano in senso opposto rispetto a chi aveva scelto di trascorrere una giornata al mare, non ne abbiamo mai trovato. Per arrivare in Abruzzo abbiamo scelto di percorrere la vecchia via Salaria – strada che conosciamo benissimo perché la zona della Sabina, con i suoi colli coperti di ulivi, le sue cattedrali ed i suoi borghi agricoli è meta frequentissima di gite da Roma. Questa volta però non ci fermiamo lungo la strada finché non arriviamo ad Antrodoco, ameno borgo di villeggiatura abitato fin dall’epoca romana in cui vi era una stazione di posta. Ne approfittiamo per un caffè, per acquistare qualche biscotto al piccolo forno di via Vespasiano e per fare due passi insieme ai villeggianti che scelgono Antrodoco per la sua favorevole posizione in mezzo ai monti e per il clima gradevole (è ad oltre 500 metri di altitudine)  lungo Corso Roma fino ad arrivare in Piazza del Popolo, gradevole piazza con una fontana centrale contemporanea, un interessante palazzo con dettagli liberty e la chiesa cattedrale di Santa Maria Assunta.

Antrodoco

Da Antrodoco a Barisciano

Antrodoco è da sempre è città di ‘frontiera’ tra Lazio ed Abruzzo ed è storicamente ed economicamente importante per più motivi: era città di passaggio della transumanza che spostava gli armenti dal Lazio alla Puglia passando per l’Abruzzo, è tutt’oggi stazione ferroviaria intermedia della linea Terni-Rieti-L’Aquila e da qui inizia la strada statale n. 17 dell’Appennino Abruzzese, una delle ‘vie obbligate’ (insieme alla Tiburtina passando per l’Altopiano delle Rocche) per raggiungere la città dell’Aquila prima che venisse aperta l’Autostrada. E’ una strada molto interessante, nel tratto iniziale il paesaggio che attraversa è agricolo e con pochi insediamenti umani e il rettifilo della strada, fiancheggiata per un buon tratto da pascoli e alberi, è molto gradevole. Da Antrodoco si sale velocemente sul Monte Giano (sì, proprio quello dove in epoca fascista per rendere omaggio al potente di turno erano stati piantati alberi in modo da formare la parola dux) e ci si immerge nelle Gole di Antrodoco fino ad arrivare al passo di Sella di Corno, a circa 1000 metri di altitudine. Senza accorgercene, abbiamo lasciato il Lazio e siamo già in Abruzzo, in provincia dell’Aquila.

Santo Stefano di Sessanio 8

Superiamo la città dell’Aquila bypassandola grazie alla statale 684 e quindi riprendiamo la Strada Stata le n. 17 dell’Appennino abruzzese: il tour vero e proprio alla scoperta del Gran Sasso e dei piccoli paesi che si incontrano lungo il percorso inizia a fino a Barisciano, cittadina con resti di un castello medievale (espugnato nel 1424 da Braccio da Montone), con numerosi edifici sacri. Lungo la strada che ci porterà alla tappa di Santo Stefano di Sessanio, incontriamo il Convento di San Colombo, famoso per il suo orto botanico, il Museo del Fiore e per essere sede del Centro di Ricerche Floristiche dell’Appennino, incaricato del censimento, studio e monitoraggio della flora appenninica e di attività di conservazione delle piante rare del territorio. Una parte dell’ex convento è stata adibita a lussuosa residenza alberghiera, peccato che abbia pochissime camere (solo otto) e sia spesso al completo.

Santo Stefano di Sessanio 12

Da Barisciano a Santo Stefano di Sessanio

La strada sale ancora, seguendo le coste della montagna, gli alberi lasciano il posto a pietraie e a pascoli avari. Chilometri sospesi tra terra e cielo, fino ad arrivare al piccolo borgo di Santo Stefano di Sessanio, un pugno di architetture capaci di sfidare il tempo strappate alla rovina ed all’oblio grazie alla capace lungimiranza di un imprenditore che ha trasformato alcune abitazioni in albergo diffuso destinato ad una clientela luxury. Sarebbe stato uno dei tanti borghetti medievali destinato ad aggiungersi alla lista dei paesi spopolati d’Italia ma l’idea è vincente e ben presto tra le strettissime stradine di pietra e sassi è un fiorire di bed & breakfast, gallerie d’arte e botteghine che promuovono prodotti del territorio. A Santo Stefano di Sessanio si creano eventi, concerti, spettacoli e nonostante il terremoto del 2009, che ha fatto non pochi disastri incluso abbattere la Torre Medicea, ora in ricostruzione – oggi il paesello rivive grazie ai suoi 112 abitanti e ai tanti turisti che lo visitano.

Santo Stefano di Sessanio 4

Santo Stefano di Sessanio 2

Una curiosità: Santo Stefano di Sessanio è stato per un paio di secoli possedimento dei Medici, che da qui gestivano il commercio della lana proveniente dalla Puglia e diretta in Toscana e ancora oggi su alcuni palazzi e sulla porta d’accesso alla rocca vi è lo stemma con le ‘palle’ dei nobili fiorentini. I Fiorentini – e prima ancora i Senesi, con i Piccolomini – per secoli hanno avuto il possesso di questi feudi e a me non può che far piacere sapere che un pezzettino di Abruzzo aveva legami così forti con la Toscana.  A valle del paesino c’è il piccolo laghetto di Santo Stefano con accanto il (purtroppo lesionato) Santuario della Madonna delle Grazie e sempre da qui parte anche la strada montana che in 13 chilometri (la prima parte tutta in salita, con tornanti stretti e ampia vista sulla vallata) porta fino all’altopiano di Campo Imperatore.

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Da Santo Stefano di Sessanio a Campo Imperatore

Ora, permettetemi di fare una minima divagazione personale rispetto al racconto dell’itinerario. Io sul Gran Sasso e a Campo Imperatore non c’ero mai stata (e nemmeno Francesco, a dir la verità), sebbene sia una appassionata di luoghi montani. E me ne pento amaramente di questa scoperta tardiva, perché la dimensione di questo pianoro  fa restare senza parole, è un’immensità di verde e di roccia che si perde all’infinito, un altopiano nascosto che è premio ambito per chi ha avuto la pazienza di percorrere strade strette e arzigogolate.

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Sebbene in agosto la piana sia abbastanza frequentata – è meta ambita di motociclisti che amano le strade piene di curve che scalano la montagna e ovviamente di appassionati di trekking, che trovano sentieri ed escursioni per tutti i livelli – il silenzio regna ovunque, interrotto solo dal rumore del vento e da qualche muggito che proviene da birichine mucche al pascolo, che spesso si incontrano ruminare indisturbate e impassibili proprio sul ciglio della strada (in fondo, siamo noi, cittadini assetati di aria e di vento, gli ospiti non loro!). Tante le mucche e i cavalli in libertà e per chi ha voglia di fare una sosta o mangiare qualcosa, lungo la strada che sale dal versante di Santo Stefano di Sessanio, il Rifugio del Lago Raccollo rappresenta una sicura sosta mentre lungo il percorso che porta fino ai Rifugi di Campo Imperatore si incontrano alcuni venditori locali di formaggi prodotti sul posto.

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Per arrivare a 2.130 metri, fino all’Osservatorio astronomico e al rosso Rifugio Campo Imperatore, dall’architettura razionalista – proprio quello da cui, nel 1943, venne liberato Mussolini dalle truppe tedesche atterrate con gli alianti – ci sono altri 10 chilometri in mezzo a panorami montani indimenticabili dove l’aria che spira è lieve e sottile come una carezza (ed i 35 gradi di Roma sono solo un lontano ricordo). Un suggerimento: la piana di Campo Imperatore è talmente vasta che non c’è mai affollamento pur tuttavia se vi è possibile evitate di raggiungere il Rifugio a ridosso del Ferragosto, perché tutto il piazzale del parcheggio, dell’Ostello e della funivia che porta giù fino ad Assergi è letteralmente invaso da moto, camper ed auto, oltre che da improbabili chioschi bavaresi che vendono birra e würstel. In pratica, tutti i gitanti si concentrano in questo spazio relativamente ridotto!

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Da Campo Imperatore a Calascio

Dopo una sosta rigenerante tra i monti che avrei voluto non finisse mai, ridiscendiamo fino a Santo Stefano di Sessanio e proseguiamo – solo pochi chilometri – fino a Calascio con l’intenzione di raggiungere il Castello di Rocca Calascio. No, niente da fare, la strada è chiusa per una festa estiva e quindi ci dobbiamo accontentare di fotografare da ontano e da più angolazioni il Castello di impianto normanno, più volte rimaneggiato e da ultimo appartenuto alla famiglia Todeschini Piccolomini, di origine senese, prima di passare al Comune di Calascio, reso famoso per essere stato immortalato da numerosi film (tra tutti, forse il più famoso è Ladyhawke, film del 1985  con Michelle Pfeiffer e Matthew Broderick che narra le vicende di due amanti che per una maledizione sono destinati a vivere parte del giorno in sembianze di lupo e di falco).

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Quelli che stiamo visitando sono tutti paesi di montagna piccoli, con pochissimi residenti e fin troppe impalcature e gru a ricordare che il terremoto dell’Aquila del 2009 è passato anche da qui. Tuttavia sono ancora borghi in qualche modo abitati e ancora vitali e le leve che aiutano la ripresa ed evitano un generalizzato spopolamento sono l’agricoltura e il turismo montano che, a mio parere, potrebbe essere ulteriormente incentivato anche attraverso le azioni del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

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Da Calascio a San Pio delle Camere, passando per Castelvecchio Calvisio

Scendiamo ancora a valle, passando per Castelvecchio Calvisio (da segnalare: il borgo fortificato medievale di forma ellittica e la Chiesa parrocchiale) e San Pio delle Camere, luogo di transito del cosiddetto Tratturo Magno (il più lungo tratturo d’Italia, che collegava Foggia con l’Aquila, sorta di ‘autostrada’ della transumanza) con un grande Castello medievale adagiato sulla collina e la Chiesa di Santa Maria di Centurelle, ben visibile dalla statale dell’Appennino Abruzzese che corre a valle.

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La destinazione che vogliamo raggiungere è Navelli, uno dei borghi più belli d’Italia: si trova pochi chilometri più avanti in direzione di Popoli ed è il regno dello zafferano, una delle spezie più pregiate della cucina italiana. Una produzione di nicchia che è anche prodotto DOP rinomato ma di difficile coltivazione e scarso rendimento, tant’è che sono poche le famiglie che coltivano ancora nei piccoli appezzamenti della piana i bulbi di bulbi di Crocus Sativus L. Per cercare di contrastare la perdita di questa specificità locale – lo zafferano venne introdotto nella zona durante la dominazione spagnola – è stata creata una “Banca dello Zafferano”, che offre ‘in prestito’ un quantitativo iniziale di preziosi bulbi a chi vuole avviare una nuova produzione.

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Da San Pio delle Camere a Navelli

Navelli è stato duramente colpito dal terremoto, il centro storico è un cantiere a cielo aperto e la gran parte degli abitanti si è trasferito a valle nei nuovi insediamenti. Camminare per le vie di Navelli (deserte, ad eccezione di un signore che si riposava insieme ai suoi due cagnolini) è terribilmente desolante, molti gli edifici ancora in corso di restauro, mentre quelli già ristrutturati si riconoscono dalle facciate perfette ed immacolate; altrettanti sono quelli con le porte sbarrate o scale crollate, che mi son chiesta se verranno mai recuperati.

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Da Navelli a Capestrano

Da Navelli raggiungiamo per una brevissima visita il borgo di Capestrano – anche qui troppe impalcature, gru e ristrutturazioni in corso – un borgo conosciuto ai più per il ritrovamento delle statua italica del Guerriero che è oira al Museo Archeologico Nazionale di Chieti. Capestrano è anche luogo natale di San Giovanni da Capestrano, un frate di nobile origine tedesca che operò per la conversione di eretici, l’inquisizione degli ebrei (sic!) e che per i suoi studi giuridici e la conoscenza delle lingue germaniche fu inviato del Papa nell’Europa nord orientale. Interessante sulla piazza principale del paese il castello medievale dei Piccolomini, oggi sede del Comune e di un piccolo museo di storia militare curato dagli alpini in congedo di Capestrano.

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Da Capestrano a Poggio Picenze

La giornata è stata lunga ed è tempo di fermarsi per la notte: da Roma ho prenotato un pernottamento presso lOsteria della Posta di Poggio Picenze, sulla strada che porta all’Aquila. E’ un ristorante con albergo che consiglio moltissimo per fare base e visitare le terre del Gran Sasso, sia per il costo che per le belle e grandi camere che mette a disposizione dei suoi ospiti – almeno 40 metri quadri, ingresso indipendente, ciascuna ha un angolo salotto e una mini cucina. Il bagno è funzionale e rinnovato da poco. Degna di applauso anche l’ottima cucina “vintage” del ristorante che recupera ricette della tradizione casalinga abruzzese. Per il pernottamento in camera doppia con (ottima) prima colazione abbiamo speso in due 60€,  prenotando direttamente con la struttura (su Booking il costo era maggiore) e per la cena 57 euro, ma non ci siamo fatti mancare proprio nulla.

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2° giorno – 204 km.

Da Poggio Picenze a L’Aquila

Il tempo di fare colazione, check out e già siamo in macchina per la seconda parte del nostro itinerario per visitare le terre del Gran Sasso. Che non può prescindere da una visita alla città dell’Aquila, dove non tornavamo da dieci anni, quindi prima del terremoto dell’aprile 2009. Un terremoto cancella le identità di un luogo, lo trasforma e lo rende diverso e per quanto vengano sanate le ferite dei palazzi, non sarà mai più lo stesso. Ho pensato proprio questo entrando nel centro storico della città e camminando lungo Corso Federico II, soffermandomi in Piazza del Duomo e poi proseguendo lungo Corso Vittorio Emanuele fino a raggiungere la Fontana Luminosa.

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L’Aquila sta rinascendo, almeno i palazzi delle istituzioni sono tornati operativi e pian piano ricominciano ad aprire piccoli esercizi commerciali che invogliano residenti e turisti a fare una passeggiata nel centro storico, tuttavia l’impressione che ho avuto è di essere dentro un plastico architettonico, in cui ogni dettaglio è perfetto ma manca di vita vera. Perfino il caffè che abbiamo preso in uno dei bar del centro era fin troppo buono!

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Il mio ricordo di L’Aquila ante terremoto mi riporta alla mente una città viva, vivace, piena di ragazzi, con tanti negozi e iniziative culturali. Se è questo che cerchi, sappi che almeno per ora è difficile da trovare. Ma poiché gli abruzzesi sono gente (molto) tosta, sono sicura che ancora qualche tempo e l’Aquila tornerà ad essere la città bella che ricordavo. C’è un detto abruzzese che afferma: “L’harte s’ammale ma ‘nze more”, l’arte si ammala ma non muore: credo che rappresenti alla perfezione la città dell’Aquila.

Da L’Aquila a L’Altopiano delle Rocche

Ripartiamo da L’Aquila alla volta di Roma ma questa volta anziché percorrere la Statale dell’appennino abruzzese e quindi la Salaria, scegliamo di raggiungere casa lungo la via Tiburtina passando per l’Altopiano delle Rocche. Questo versante della provincia dell’Aquila lo conosciamo piuttosto bene, ci siamo stati più volte e le tappe e le soste sono per forza di cose più rapide. La Tiburtina si arrampica sulla montagna con tornanti rapidi e lungo la strada incontriamo tanti ciclisti che si inerpicano sfidano la forza di gravità e dopo 25 chilometri arriviamo a Rocca di Cambio, che con i suoi 1.434 metri è il comune più alto degli Appennini (come recita il cartello all’ingresso del paese). Tipico paese di montagna, in inverno è funzionale per raggiungere le vicine piste da sci di Campo Felice mentre in estate è luogo di tranquilla villeggiatura e base per escursioni sui sentieri montani.

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Da Rocca di Cambio la strada si snoda lungo l’altopiano, questa è una zona decisamente più frequentata rispetto ai paesini visitati il giorno precedente anche perché è da sempre uno dei luoghi di vacanza preferiti dai romani e addirittura sono dell’idea che la gran parte dei romani che sciano abbiamo imparato proprio sulle piste di Campo Felice o del Magnola di Ovindoli. Sull’Altopiano delle Rocche non mancano proposte per il tempo libero: oltre alle consuete attività a contatto con la natura e sportive, qui ci sono maneggi, un sistema di piste ciclabili, sentieri-trekking e parchi avventura. Oltrepassiamo Rocca di Mezzo (altra località di villeggiatura estiva ed invernale) e proseguiamo per Rovere e Ovindoli, che troviamo immersa nell’allegra confusione di una delle tante feste estive.  L’Altopiano delle Rocche è parte del Parco naturale regionale del Velino-Sirente e la sede del Parco è proprio a Rocca di Mezzo. Superato Ovindoli, la strada scende velocemente di quota e dai 1.380 metri di Ovindoli si arriva agli 800 metri di Celano e ai circa 700 metri di Avezzano. Il caldo inizia a farsi sentire di nuovo, Roma è distante solo un centinaio di chilometri e la strada corre fin troppo veloce. E’ ora di pranzo e c’è ancora tempo prima di rientrare a casa, meglio fermarci a mangiare qualcosa: la scelta cade del tutto casualmente sull’Osteria La Briciola, che ci regalerà una esperienza gastronomica gourmet perfetta, ed è anche la migliore conclusione di questo itinerario estivo per visitare le terre del Gran Sasso.

Riepilogando:

  • Il percorso è strutturato in due giorni, con partenza da Roma, ma nulla ovviamente vieta di modificare l’itinerario “di avvicinamento” secondo la base di partenza o aumentare il numero di giorni in modo da approfondire meglio. Può perfino essere ‘concentrato’ in una sola giornata, in questo caso per evitare di perdere troppo tempo sostituite il pranzo al ristorante con un panino.
  • La scelta di non utilizzare l’ autostrada nasce dalla volontà di recuperare ritmi lenti, dalla voglia di poterci fermare a piacimento ed anche – non lo nego – di risparmiare (circa 200 km. di autostrada, tra andata e ritorno, sarebbero costati 26€ – l’A24 è una delle autostrade più care d’Italia!).
  • Piccola dritta: se dovete fare il pieno di benzina, cercate di farlo una volta arrivati in Abruzzo, dove costa qualcosa meno che nel Lazio (sui carburanti incidono le tasse e le accise regionali e probabilmente in questa Regione sono inferiori).
  • Come ‘souvenir’, vi consiglio di acquistare prodotti alimentari a km. zero (formaggi, dolci, legumi, pane con le patate, confetture e miele) così aiutate anche la piccola economia locale.
  • Fare turismo nelle zone che hanno sofferto per terremoti devastanti è un modo per contribuire a rivitalizzare il tessuto imprenditoriale, aiuta a rendersi conto di persona che il percorso di rinascita è già ben avviato e porta sostegno agli uomini e alle donne che tenacemente continuano ad abitare queste terre, per evitare che si trasformino in splendidi paesaggi deserti.
  • L’itinerario estivo per visitare le terre del Gran Sasso permette di conoscere una zona dell’Abruzzo di grande rilievo paesaggistico e sociale e – almeno nel 2018 – consente di rendersi conto dell’avanzamento dei lavori post terremoto e della rinascita, seppure lenta, di tante piccole realtà rurali.
Claudia Boccini

Curiosa di novità e di tendenze sociali e culturali, il mio karma è il viaggio

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