Perché è importante visitare l’Humanity House a L’Aia

Sono tornata dall’Olanda e questo è tra i primi post che voglio assolutamente scrivere: credo che sia molto importante presentare – e se ne avete la possibilità, visitare – l’Humanity House a L’Aia, un luogo di riflessione e di incontro con realtà scomode eppure terribilmente attuali, a mio parere definito impropriamente Museo. In realtà si tratta di un non-luogo, dove tra esperienze, approfondimenti, giochi di ruolo è possibile ritornare in contatto con la propria umanità, mettere in discussione ipotetiche certezze e mettersi in gioco con un confronto non privo di sentimenti contrastanti con chi ha perso ogni cosa, beni personali e identità personale. Perché l’Humanity House a L’Aia è un’esperienza collettiva e globale, che coinvolge ma soprattutto stravolge i punti fermi della nostra dorata esistenza e che fa restare con il fiato corto, la mente in fiamme e mille pensieri a cui cercare di trovare una risposta, che spesso proprio non c’è.  L’Humanity House a L’Aia è infatti un Museo, uno spazio espositivo e congressuale ed un centro di documentazione gestito dalla Croce Rossa che ha come tema principale i rifugiati e l’accoglienza, con focus sugli effetti dei conflitti civili che vanno ad incidere sulla vita di milioni di esseri umani, costretti a migrazioni per sfuggire da situazioni di guerra. E non è un caso, a mio parere, che un “museo” così diverso e tremendamente coinvolgente sia nato in Olanda, da sempre Paese tollerante in cui spesso hanno trovato una nuova casa uomini e donne fuggiti da fame, guerra, terrorismo e che arrivano dai luoghi più distanti.

L’Humanity House a L’Aia è stato uno di quei luoghi che ho voluto fortemente visitare e che avevo messo in programma fin dall’inizio proprio per la sua forza dirompente e per affrontare un tema terribilmente attuale, a scapito di altre più note istituzioni culturali dell’Aia a cui ho dovuto rinunciare poiché il tempo complessivo a disposizione era limitato: di sicuro, una delle più grandi rinunce è stata dover saltare la visita del Gemeentemuseum e della sua collezione di opere di Mondrian. Ma torniamo all’Humanity House a L’Aia. Il palazzetto di mattoni rossi che lo ospita (la foto che lo ritrae è tratta dal sito ufficiale, perché noi ci siamo stati che era già buio) si trova a due passi dalla Grote Marktstraat – una delle zone della città più frequentate e piene di negozi – e dall’esterno appare come una tranquilla abitazione borghese.

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 All’interno si possono visitare le esposizioni temporanee che vi vengono allestite e quando ci siamo stati noi era in corso una mostra dell’artista e rifugiato politico Ai Weiwei (Relating to Refugees, già parte del lavoro #SafePassage esposto ad Amsterdam nell’autunno del 2016) che mette insieme migliaia di foto (più di 16.500) scattate dall’artista con il telefono nei campi profughi in Turchia, Libano, Giordania, Israele, Gaza, Kenya, Germania e Grecia. Fotogrammi che cristallizzano momenti di vita, attimi che cercano di recuperare una impossibile quotidianità; volti ed espressioni si mescolano con l’arancio dei giubbotti di salvataggio, con le tende piantate nei campi sotto un sole implacabile, con i volti privi di espressione  delle donne. Un’infinito scorrere di immagini, che documentano la vastità del fenomeno e che riempiono completamente le pareti delle sale.

Sempre al piano terreno attraverso una sorta di cabina virtuale (il “Pod”) vi è la possibilità di incontrare tramite la realtà aumentata la storia di alcuni profughi, ascoltare le loro voci, entrare nelle loro case, condividere momenti della loro esistenza: un’esperienza estremamente coinvolgente perché una volta indossato il visore si viene trasportati in Siria, per conoscere gli uomini e le donne oggetto del conflitto ancora in corso. La cabina ha un sistema di suoni, diffusione di odori e gestione della temperatura che entrano in funzione in base a quanto rappresentato nel visore. Ad esempio, quando viene proiettato un esterno giorno, la cabina si scalda per poi raffreddarsi quando si entra nelle case, viene diffuso l’odore di polvere e quello tipico, non troppo piacevole, che aleggia nelle case di fortuna. Nel visore compaiono i rifugiati, ciascuno di loro racconta il motivo per cui è dovuto fuggire dalla sua Patria, cosa ha dovuto lasciare, come prova a reinventarsi un’esistenza. Si vedono gesti semplici, attimi quotidiani, gli stessi nostri e di quelli dei nostri cari. I rifugiati sono uomini e donne come noi, ma senza le nostre certezze e senza futuro. Già solo questo basta per riflettere: siamo o non siamo stati maledettamente fortunati a nascere nella pacifica Europa?

Ma non finisce qui. Perché la vera ‘esperienza forte’ della Humanity House a L’Aia deve ancora iniziare: per circa un’ora, ci si trasforma in un profugo o una profuga, si perde la propria identità per assumerne una nuova da rifugiati – e dopo un check-in  viene consegnato anche un nuovo passaporto, con un diverso nome. Da qui, prende avvio il viaggio vero e proprio, che inizia con la discesa di una ripidissima rampa di scale al buio (o quasi). Una porta da aprire, ma nulla lascia trapelare cosa c’è dietro. Ci troviamo in un cortile di una casa che dalle suppellettili si intuisce non povera, una bicicletta per bambini, uno stendino con panni, qualche sedia. Il silenzio è totale, l’atmosfera inizia a farsi leggermente opprimente. Una freccia invita ad aprire la porta successiva e siamo in un bel soggiorno confortevole ma totalmente sottosopra, ci sono oggetti rotti, fogli scompaginati, una valigia riempita a metà. E tracce di sangue a terra: è chiaro che chi vi abitava è dovuto fuggire all’improvviso, forse a causa di un attacco delle milizie? Si resta a guardare un po’ attoniti gli arredi così ‘normali’, che sottintendono una vita, un lavoro, una famiglia che, da un momento all’altro, non esistono più e l’unica via di salvezza è la fuga attraverso un viaggio difficile per mare e per terra, potendo contare solo sulla buona sorte e sul sostegno delle organizzazioni internazionali.

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Da qui il percorso prosegue lungo una scala ripida e ci si infila in un corridoio labirintico, creato da decine e decine di porte chiuse, spesso con spioncini o fori per vedere all’interno (no, non vi dirò cosa si vede, cercate di visitare l’Humanity House). Ci sono porte che si aprono, altre che non si aprono ed altre ancora che portano a stanze senza uscita per cui bisogna tornare indietro e trovare una nuova via. E’ molto, molto facile perdere la cognizione del tempo e dello spazio. Finalmente un ascensore senza indicazioni, con un unico tasto (non si torna indietro) fa salire di un piano e sembra suggerire una via d’uscita, ancora altre porte ed infine si arriva in un grandissimo archivio, dove si deve compilare una scheda con le proprie generalità: simboleggia gli archivi della Croce Rossa che conservano i dati dei rifugiati e servono per riunire nuclei familiari dispersi. Il percorso prosegue ancora per poi approdare ad una collezione di oggetti e ‘casette’ di legno dove è possibile ascoltare testimonianze e approfondire concetti e dati (lo sapete, ad esempio, che ad oggi circa 69 milioni di persone in tutto il mondo sono  dovute fuggire da loro Paese, con una media di 31 persone che abbandonano le loro case ogni minuto?).

Una volta terminato il viaggio di scoperta nei panni di un rifugiato, ed usciti fuori dalla Humanity House, resta un groppo sullo stomaco, la sensazione di straniamento persiste ancora a lungo. Perché si è consapevoli che per noi è stata tutta una simulazione, ma per tanti uomini e donne che vivono in aree colpite da conflitti o disastri non lo è, ed ogni giorno la sfida più grande è riuscire a sopravvivere.

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Informazioni utili

  • La Humanity House a L’Aia si trova in Prinsegracht 8 ed è aperta martedì al venerdì dalle 10.00 alle 17.00 e il fine settimana dalle 12.00 alle 17.00.
  • Il biglietto di accesso alla Humanity House a L’Aia costa €9,50 (previste riduzioni).
  • La struttura ospita anche il Museum Café, dove fermarsi per un caffè, un tè o uno spuntino (ove possibile, sono prodotti biologici e/o del commercio equo e solidale), leggere riviste e libri tematici e navigare in internet gratuitamente
  • Importante: per i temi trattati e le situazioni realistiche, la visita è consentita ai bambini di età maggiore di 8 anni (fino ai 10 anni solo se accompagnati da un adulto).

(ringrazio l’Ente del Turismo olandese in Italia e l’Ente del turismo di Den Haag (L’Aia) per i press-pass di accesso)
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Claudia Boccini

Curiosa di novità e di tendenze sociali e culturali, il mio karma è il viaggio

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