Tre casette sul comò…

Conoscete la storia delle tre casette? No?
Allora sedetevi con me, mettetevi comodi e se volete prendete anche una tazza di thè dolce. Non è una storia breve, ed inizia tanto tempo fa…
C’era una volta (tutte le favole iniziano con queste parole…e noi non faremo diversamente! ) una famiglia che viveva in un paesino tutto circondato da antiche mura turrite. In inverno la vita scorreva lentamente e la nebbia si divertiva giocare a nascondino con le strade e le piazze, lasciando frastornati i numerosi viandanti che percorrevano la via Cassia per raggiungere la Grande Città. Ma… in estate il luogo si trasformava, ed era davvero fantastico: le vicine colline si illuminavano dell’oro del grano maturo, la notte era rischiarata da miliardi di lucciole luminose che inventavano una danza complessa tra i filari dell’uva e dai forni accesi si levava più intenso l’odore caldo del pane appena sfornato. Piccole gioie arricchivano le giornate: feste nell’aia, chiacchiere lungo le strade di campagna, i ragazzi persi dietro i primi amori mentre la vita scorreva  semplice ma per questo felice.
Un brutto giorno, bruttissimo a dir la verità, mentre i venti di guerra già sconvolgevano l’Europa e si avvicinavano pericolosamente al paesino felice, il babbo Angelo, che costruiva i più bei barrocci della zona, richiesti dai mezzadri e dai treccoloni che giravano per le campagne,  si ammalò e dovette abbandonare il suo lavoro. La Grande Città lo attendeva: una nuova vita ma soprattutto la speranza di ritrovare la salute. Purtroppo gli illustri medici nulla poterono contro il male e mamma Paolina, che non aveva mai lavorato in vita sua, una volta rimasta sola si rimboccò ben bene le maniche della camicia bianca con le trine e si reinventò in governante e custode: con due bimbi da allevare e da far studiare c’era poco da fare gli schizinnosi! I suoi ragazzi, Sergio e Giuliano, entrambi appassionati di libri e di storia, lettori avidi e curiosi,  capaci ed intelligenti anche se con caratteri diversi e così spesso in contrasto, trovarono pian piano la loro strada.
Il paesino tra le colline era oramai un ricordo o poco più ma Giuliano, oramai adulto e con una famiglia che iniziava a prendere forma, non riusciva a dimenticare le sue radici ed i ricordi di bambino tornavano prepotenti alla memoria nei momenti di malinconia, in cui sentiva – ancora – forte la mancanza del babbo. Promise a se stesso che se un giorno avesse avuto un po’ di benessere avrebbe riavuto una casa nel paesino della sua infanzia, per far conoscere alla piccola figlia il miracolo delle colline che tutte le estati si ricoprono di oro liquido, farla correre a perdifiato con la bicicletta sui sentieri polverosi fiancheggiati da cipressi, insegnarle a non aver paura di cadere e di sbucciarsi le ginocchia e farle ascoltare il suono speciale delle parole dove le c e le g diventano talmente sdrucciole da sciogliersi in un sospiro, ecco, questo voleva .
Il sogno si avverò nel lontano 1968: e nulla importava se furono necessarie  mille alzatacce nel cuore della notte per correre a prendere un treno che, solo dopo molte ore di viaggio lento e scomodo (mica c’erano le Frecce, allora… ci si accontentava di Littorine che brontolavano e spargevano fumi di nafta ovunque…) lo avrebbe portato a vedere sorgere, mattone dopo mattone, la sua (anzi, la loro, di Giuliano, Renata e Claudia) casina di campagna.
Se Giuliano era innamorato della campagna, il mare era la passione di Renata: fin da piccola amava crogiolarsi sotto il sole, vivere giornate senza alcuna costrizione, camminare per ore sulla battigia, vedere il sole tuffarsi nel mare ed addormentarsi mentre le stelle inventavano un girotondo intorno alla luna…
E lungo la costa, tra pini centenari che avevan visto la Maremma trasformarsi da palude  a magnifico luogo di villeggiatura, c’era una casina piccina piccina e tanto carina (sembro Sergio Endrigo, ops!) dove poteva rifugiarsi e ritrovare i ritmi lenti che la Grande Città subdolamente rubava. Una casina che, grazie ad astuzie mutuate dagli arredi nautici e a (molti) recuperi di fortuna, si trasformava in ostello accogliente e spazioso nonostante i 40 mq scarsi. Una cucina ricavata sul terrazzo grazie ad una veranda ariosa, un soggiorno minuscolo dove trovava la giusta dimensione un (orribile!) divano giallo di finta pelle che al bisogno si trasformava in letto per ospiti, una stanza pluriuso con sedie, poltroncine pieghevoli, tavoli, armadi a muro, letti trasformati in divani, contenitori a scomparsa e soppalchi…
E se la casina di campagna è legata ai ricordi e agli odori, la mini casina del mare è il regno dei mille colori!
I vestiti formali e in tinte sobrie indossati da Renata nella Grande Città venivano sostituiti da abiti sgargianti che parlavano di Africa e di America Latina, Giuliano indossava un cappello di paglia bianco per limitare i danni del sole a quella che – una volta… – era la base di una capigliatura folta e riccioluta, i miei pennarelli colorati, sparpagliati ovunque, erano i compagni di tante ore passate a disegnare sdraiata sul pavimento mentre fuori era forte il caldo intenso della controra. Colori e… sapori, il gusto dei pranzi veloci fatti di nulla, niente più buono dei pomodori maturi adagiati sul pane da mangiare sulla riva del mare sotto l’ombrellone…
Più che una casa, una bolla trasparente separata dalla realtà, dove era possibile fare quel che normalmente non era permesso, uscire la sera per andare a mangiare pizza e gelato e  dove anche i compiti delle vacanze erano meno difficili e pesanti da fare…
E poi c’è lei, la Casa.
Quella con la C maiuscola. Che ha accolto ed accompagnato negli anni le vite di Paolina, di Giuliano, di Renata. Di Claudia. Ed ora anche di Francesco e Laura. La Casa di Famiglia nella Grande Città.
Che ancora oggi continua ad accompagnarmi e rassicurarmi, la mia specialissima coperta di Snoopy,  il porto sicuro cui ritornare dopo viaggi e scorribande. Una casa speciale che accoglie ed evolve nel tempo, flessibile e aperta, vero nume tutelare di chi vi abita e la ama.
Un grazie speciale ad Anna Pozzan, la mitica Tulimami, che con legno, colori e tanta passione e fantasia ha fatto sì che potessi ricreare, attraverso tre casette collocate  su una piccola mensola, la storia mia e della mia famiglia. E la micro casa con il tetto rosso a pois bianchi che si vede nella foto?
Vabbè, questa è un’altra storia, ve la racconto un’altra volta….
Claudia Boccini

Curiosa di novità e di tendenze sociali e culturali, il mio karma è il viaggio

11 Commenti

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    Laura Saleggia dicembre 13, 2013

    Claudia i brividi….come mi ritrovo….non ho parole….bellissimo….ti abbraccio forte

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    Eugenia Cerulli dicembre 13, 2013

    Bellissima storia di una famiglia speciale. Molto bello raccontare così la propria vita e dare un esempio semplice di amore. Brava!

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    Gua-sta Blog aprile 17, 2013

    Che bell’idea hai avuto, di farti fare le casette personalizzate dalla bravissima Anna! Sono bei ricordi, anche se fatalmente velati di tristezza…

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    Anna aprile 17, 2013

    Claudia sono commossissima… che bella storia, vera e piena di sentimenti! Grazie per aver scelto le mie case come racconto di tanti bei ricordi e di una storia che sa di famiglia e di affetti.

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      Shanta aprile 17, 2013

      Le storie “arrivano” quando hanno gli stimoli adatti. Altrimenti, sono solo parole messe insieme. :)

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    Alessandra aprile 17, 2013

    Ancora, ancora!
    C’è chi con le mani e la fantasia crea oggetti stupendi (come le casine di Anna) e chi con le parole e i sentimenti crea delle reti d’emozioni. Come te, Claudia <3

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      Shanta aprile 17, 2013

      Reti di emozioni…siamo noi, no? :)

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    Lallabel aprile 17, 2013

    Sono sola in questo momento e fatico a trattenere il magone. Bellissima storia Claudia, parla tanto di te e della persona speciale che sei.
    delle casette di Anna non dico nulla perchè sono innamorata persa…

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      Shanta aprile 17, 2013

      e non ti nascondo che ieri sera, mentre scrivevo, ho dato fondo alla riserva di kleenex… scrittura terapeutica….

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    silvia ceriegi aprile 17, 2013

    attendo l’altra storia… perchè questa è bellissima!!

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      Shanta aprile 17, 2013

      grazie Silvia… l’altra storia sarà… frizzante!

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