Hotel Tadoussac: ricordi italiani al ristorante Le William

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All’hotel Tadoussac di Tadoussac – no, non è uno scioglilingua, è che l’hotel canadese ha lo stesso nome del luogo dove si trova – è impossibile non farsi prendere dall’atmosfera, vagamente retrò, degli ambienti: la caratteristica struttura in legno bianca e rossa, con gli abbaini che affacciano sul fiume San Lorenzo, risale al 1865; il parco è curatissimo ed è punto privilegiato per ammirare il panorama e le balene che di tanto in tanto si affacciano nella baia; la cortesia e l’attenzione degli addetti alla reception è tangibile anche in agosto e in altissima stagione, con l’hotel completamente pieno.

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Tutto è perfetto, all’ hotel Tadoussac: gli ambienti sembrano usciti da una stampa degli inizi del ‘900, nella hall l’immancabile pianoforte a coda aspetta che mani virtuose sfiorino i suoi tasti, le finestre incorniciano il panorama spettacolare e la cura meticolosa del dettaglio rasenta la perfezione (ho visto solerti giardinieri fermarsi a raccogliere dai prati foglioline gialle che rovinavano la veduta d’insieme!).

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Certo, è pur sempre un edificio costruito 140 anni fa, l’hotel Tadoussac, ed in funzione di ospiti che avevano esigenze differenti rispetto a quelle contemporanee e quindi non lamentatevi troppo se le stanze sono piuttosto anguste ed arredate con mobili austeri di legno massello, se il wi-fi è lento o proprio non c’è, se i bagni rasentano l’essenzialità o le porte delle stanze anziché con leggere card elettroniche si aprono con chiavi munite di pesantissimi portachiavi.

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Tuttavia il Tadoussac non si sceglie per la comodità o per le facilità tecnologiche: l’albergo è un pezzo di storia canadese (la cittadina omonima viene fondata nella metà del 1600) ed ha un’allureparticolare. In più, offre ai turisti contemporanei le medesime attenzioni  che qui provavano i ricchi esponenti della borghesia americana di inizio ‘900, che lo sceglievano quale base da cui partire per battute di caccia e di pesca.

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 All’hotel  Tadoussac ci si viene – anche – per regalarsi un’esperienza culinaria di altissimo livello. Accanto al Le Coverdale, che offre servizio a buffet di gran qualità ed è utilizzato dai clienti dell’hotel sia per la colazione che per i pasti principali, in una sezione separata ed esclusiva è aperto Le William, ristorante dove la capacità degli chef ed il servizio di sala riescono a creare atmosfere esclusive.

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Ben consapevoli che Le William è uno dei migliori ristoranti della zona, abbiamo anticipato di un giorno i festeggiamenti del mio compleanno e, indossati i nostri vestiti migliori (ovvero, un paio di pantaloni puliti ed una maglietta decente!), ne abbiamo varcato la porta per accedere ad un mondo incantato, fatto di sapori ma ancor più di suggestioni. Prima ancora di entrare nella sala del ristorante, una veranda aperta sulla baia ed arredata come un jardin d’hiver fa le funzioni di sala di attesa. Il tempo di un bicchiere di vino secco e frizzante di benvenuto e già il maître arriva per accompagnarci a vivere un’esperienza che resterà a lungo nella memoria e che si rivelerà essere ben più di “una cena al ristorante”.

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Pochi tavoli, una decina o poco più, musica classica in sottofondo, tovaglie candide, bicchieri di cristallo che riflettono la luce delle candele accese, argenteria, essenzialità e perfezione. L’atmosfera è rarefatta e, se non fosse per la luna piena che riempie la notte e pian piano si sposta nel cielo stellato, per le barche ancorate nel golfo di Tadoussac che dondolano sospinte dalla brezza che arriva dal fiume, potremmo pensare di essere dentro uno dei tanti quadri e trompe l’oeil che decorano le sale dell’hotel Tadoussac. Al Le William si può scegliere se ordinare à la carte oppure optare per diverse esperienze di degustazione: GtatosacTatoushak e Tousouhak (no, non ho scritto male, sono termini della lingua dei nativi americani!). Ciascuna degustazione inizia con un assortimento di stuzzichini per poi proseguire con una entrée seguita da un sorbetto, mentre la successiva portata principale è accompagnata da contorni. Dopo il dessert, il caffè o le tisane accompagnate da friandises concludono la serata.

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Fabrice Piquet, chef executive del Le William, predilige l’utilizzo dei frutti di mare e del pesce appena pescato nella Costa Nord del Quebéc, i prodotti stagionali della regione dello Charlevoix e gli aromi della tradizione nativo-americana. Se volete saperne di più sulle tre degustazioni e sui loro costi, anziché snocciolare una serie infinita di preparazioni che rischierebbe di diventare solo una lunga e noiosa lista senza immagini – ho solo tre foto e nemmeno tanto belle perché l’ambiente era piuttosto buio e, comunque, per una volta ho deciso di godermi la cena e non pensare troppo a condivisioni social! – sia meglio consultare direttamente il menù. Comunque il gambero profumato al la vaniglia ed al litchi, su base di alghe di mare, caviale al limone e frutti rossi che vedete nel collage di foto era davvero gigante!

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E poiché in genere le emozioni chiamano altre emozioni e le coincidenze non sempre avvengono per caso, scopriamo che il maître che ci ha accolti si chiama Vincenzo ed è un canadese oriundo italiano, della provincia di Campobasso. Vincenzo sarà il nostro nume, il nostro mentore e la nostra guida per comprendere il Canada e la società canadese: emigrato negli anni ’50, bambino, seguendo i genitori che avevo lasciato panorami e dialetti conosciuti per arrivare nel freddo nord-est del continente americano e cercare, con forza caparbia e impegno, nuove opportunità che il nostro Paese non riusciva più ad offrire loro.

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Grazie a lui ed ai suoi consigli riusciamo ad assaggiare quanto di meglio c’è in menù e a concludere la cena con uno splendido caffè espresso, dono prezioso dopo decine di caffè lunghi alla canadese. Ma assai più delle pietanze, che ci vengono servite con raffinata cura dal cameriere dedicato al nostro tavolo, gustiamo le sue parole – rese talvolta incerte dalla commozione di chi, nonostante provi grande riconoscenza alla sua nuova Patria, considera ancora l’Italia, il Molise, la terra dove tornare anno dopo anno per ritrovare affetti e radici.

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Claudia Boccini

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