Il polo culturale del Ministero dello sviluppo economico

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Si può essere orgogliosi di lavorare in un’amministrazione pubblica? Certo di questi periodi, con l’immagine appannata della macchina burocratica italiana e le ricorrenti dichiarazioni contro gli “statali fannulloni e mangiapane a tradimento”, la mia può sembrare una dichiarazione azzardata. Eppure… eppure ci sono amministrazioni che, oltre alla missione istituzionale, diventano promotrici di azioni di condivisione culturale e si trasformano in musei aperti alla conoscenza ed alla curiosità dei cittadini.

 Se poi l’amministrazione a cui mi riferisco è quella che ogni giorno mi permette di avere pane e companatico, allora scusatemi, ma un po’ di legittimo orgoglio ci può stare! Il Ministero dello sviluppo economico ha infatti creato un Polo centralizzato per la gestione e l’organizzazione delle opere d’arte e del patrimonio museale e bibliotecario che possiede. E renderle fruibili.

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Al Ministero dello sviluppo economico (d’ora in poi lo chiamerò con la sigla – anzi, acronimo – usualmente utilizzata da chi ci lavora, ovvero Mise) ci sono tre diversi macrosettori culturali, ciascuno caratterizzato da una sua specificità e grado di condivisione con il pubblico: il Patrimonio del Palazzo Piacentini, il Museo storico della Comunicazione, il Polo bibliotecario.

Il Palazzo Piacentini prende il nome dall’autore del progetto architettonico della sede principale (“istituzionale”) del Mise, che si trova in Via Veneto ed è stato inaugurato nel 1932 come Palazzo delle Corporazioni, le rappresentanze degli industriali. Fin dalla progettazione – Piacentini lavorò con l’architetto Vaccaro – la sua mole massiccia era destinata ad essere occupata da uffici ed attività governative e doveva sobriamente rappresentare la produzione, la creatività ed i settori economici della nazione.

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  Nel Palazzo sono ancora conservate numerose opere d’arte ed arredi d’epoca, alcuni creati appositamente dallo stesso Piacentini e, tra tutte le preziosità, risulta particolarmente imponente e scenografica la vetrata “La Carta del Lavoro” di Mario Sironi, che sovrasta la grande scala a doppia rampa che immette nel Salone degli Arazzi, così definito per le eccezionali opere tessili di Ferruccio Ferrazzi che lo decorano.

 Il Mise è sempre stato un museo senza sapere di esserlo: l’uso ampio di marmi pregiati, le dimensioni imponenti delle sale di rappresentanza, le raccolte d’arte e, in generale, il particolare design degli arredi ne fanno un elemento di richiamo per storici ed architetti. Tra i quadri custoditi opere di Fausto Pirandello, Francesco Trombadori, Enrico Prampolini, Fortunato Depero; numerose le sculture, tra le quale spiccano le opere di Francesco Messina, Walter Ribani e Ercole Drei; fantastici i lampadari in vetro di Murano di Venini e le preziosissime tende a filet ricamate con disegni moderni e schematizzati che rappresentano le Corporazioni di epoca fascista, realizzate dalle merlettaie della storica ditta veneziana Jesurum.

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 All’Eur, nello stabile dell’ex Ministero delle Comunicazioni che si affaccia sul laghetto che ospitò le gare di canottaggio in occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960, è invece ospitato il Museo della Comunicazione, unico in tutta Italia. Francobolli e filatelia, apparecchi telefonici, radio e televisioni, cassette postali, telegrafi, strumenti di cifratura… tutti i sistemi di comunicazione pre-wifi!

 ‘ una grande collezione che ripercorre la necessità dell’uomo di restare in contatto con suoi simili, superando barriere e distanze. Ed è un grande affresco della società italiana dell’ultimo secolo, l’Italietta che ascoltava alla radio le canzoni del Trio Lescano, che ha visto i tumulti del cuore di chi aspettava con ansia la corrispondenza dal fronte. Ed è anche l’Italia del boom economico, dei grandi apparecchi televisivi attorno ai quali, come ad un novello caminetto, si riunivano interi caseggiati aspettando il giovane Mike Bongiorno con il suo Lascia o Raddoppia.

 Completa il Polo culturale del Ministero dello sviluppo economico l’enorme patrimonio librario, con i fondi provenienti dai dismessi Ministeri delle Partecipazioni statali, del Commercio estero, delle Comunicazioni e dell’Industria, del commercio e dell’artigianato. Oltre 250.000 (si, avete letto bene) testi giuridici, economici ma anche tecnici e specialistici.

 Un Ministero che non è, quindi, solo fabbrica di burocrazia, ma luogo vivo, in perenne fermento, che comunica e condivide. Come dice Gilda Gallerati, responsabile del Polo culturale, “l’obiettivo(è) di contribuire ai processi di crescita culturale e sociale di tutta la comunità“.

 Tutte le informazioni sulla fruibilità dei beni culturali del Mise e le modalità di accesso le trovate nella carta dei servizi (termine che definisce un vademecum informativo estremamente dettagliato).

Nelle foto inserite nel post vedete anche alcuni pannelli della mostra fotografica “Le mani della tradizione“, curata da Thomas Quintavalle, che è stata allestita nei corridoi del Ministero dello sviluppo economico ed ha come filo di unione il lavoro nelle aziende storiche italiane. E le mani che danno il titolo alla raccolta fotografica e che restano sempre in primo piano, sono quelle di uomini e donne che hanno fatto conoscere l’eccellenza del “made in Italy” nel mondo.

(Il post è stato segnalato nella Rassegna Stampa di “Le Mani della Tradizione“)

Claudia Boccini

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