La campagna senese è la mia Toscana

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Se dovessi scegliere due colori per definire la campagna senese, direi immediatamente il verde e l’azzurro: verde pallido i germogli del grano che spuntano sui campi; verde intenso, quasi nero, per le chiome dei cipressi che svettano superbi lungo le strade; verde argenteo degli olivi, che insieme alle vigne caratterizzano il paesaggio. E azzurro come il cielo, che cambia sfumatura ora dopo ora ed assume colori che vanno dall’indaco al blu ceruleo, dal celeste al fiordaliso (altro che palette di Pantone!).

Ma non basterebbe una tavolozza per raccontare la campagna senese, quella terra che sento mia nonostante le sia lontana da anni, dove pervicacemente resistono tradizioni contadine e ogni volta che torno – ed ancor più quando vado via – mi sale un magone ed un senso di struggimento infinito. Ogni volta che mi lascio alle spalle l’autostrada e varco il casello di Chiusi-Chianciano provo la sensazione, ogni volta commovente ed al tempo stesso esaltante, di essere tornata a casa. Sarà l’aria pura, il paesaggio così amato, il suono lieve delle parole che addolciscono le consonanti e le aspirano come fossero sussurri di innamorati, ma basta un nulla e ritrovo momenti felici legati all’infanzia nella mia amata Toscana.

Per arrivare a Buonconvento devo attraversare uno dei territori più belli d’Italia, la Val d’Orcia, non a caso patrimonio dell’Unesco, e sempre mi lascio irretire dalle sue colline morbide punteggiate da cipressi disposti in linee sinuose o raccolti in cerchi isolati e finisco per distrarmi (e per fortuna che in genere c’è Francesco al volante, perché non so cosa combinerei, altrimenti!) a guardare i castelli che si ergono a baluardo di antichi feudi, i poderi solitari sui colmi delle alture, le pecore al pascolo e i trattori che arano i campi, la nebbia che sfuma e (ri)vela. Un paesaggio bucolico, dove – per fortuna!- non ci sono tracce di sviluppo industriale o di cementificazione. Un microcosmo a sé, dove è facile riprendere ritmi lenti, rilassati.

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E poi ci sono i riti a cui adempiere, piccoli gesti che rinnovano il legame con questa terra così amata, fatti di gesti e di consuetudini che è bello riscoprire. Una liturgia del ritorno, fatta di soste in piccole botteghe di alimentari che sembrano uscite dalle pagine di Federigo Tozzi, in cui ancora c’è l’uso di “far segnare” sul quaderno la spesa per poi saldarla a fine mese; di colazioni tranquille in vecchi bar di paese dove le paste sono conservate in contenitori di latta serigrafata e in cui – più che il caffè – la bevanda più servita è l’orzo; di profumo di pane appena sfornato, ancora caldo e croccante, un filo (*) che sa di casa e di affetti, da annusare ancor prima di mangiare per abbandonarsi al suo odore intenso che sa di lievito, di grano, di cose buone, di casa, che sale per le narici e innesta nella mente ricordi in cui sorrisi cari assomigliano alla felicità.

La mia Toscana, quella che mi appartiene e che fa parte dei miei ricordi, non è fatta di grandi città, ma di di campagne, di cieli infiniti, di campi segnati dal verde del grano, di vigne e di focolari accesi, di strade fatte di curve che salgono lente scavalcando colline.

(*) filo: è il pane tipico del senese, sciocco – senza sale – e con pezzatura di mezzo chilo. 

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Claudia Boccini

Curiosa di novità e di tendenze sociali e culturali, il mio karma è il viaggio

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