Perché un viaggio a Nagasaki ti cambia la prospettiva

Ho rimandato questo post per quasi 9 mesi, in pratica è come se lo avessi fatto crescere come un bambino dentro di me, un po’ alla volta e con tanta apprensione: parlare del viaggio a Nagasaki è facile se lo si fa raccontando i luoghi da visitare, le strade da percorrere, i giardini dove fermarsi a riposare o i mezzi pubblici da prendere per girare la città in modo economico. Sì, farò anche questo, più avanti nel post, ma lasciatemi, ora, riflettere sull’impatto emotivo che questa città giapponese del Kyūshū mi ha lasciato addosso.

Eravamo già stati ad Hiroshima, quindi sapevamo esattamente cosa aspettarci da una città che è stata l’obiettivo di una bomba atomica e che, in qualche modo, era rinata dalle sue ceneri. Immaginavamo che avremmo trovato una città nuova, abbastanza impersonale e geometrica, costruita come una roccaforte attorno alla zona dell’ipocentro della bomba. Immaginavo una città senza storia, a parte quella terribile concentrata nei pochi secondi della deflagrazione dell’atomica. Mi sentivo pronta, rodata – d’altra parte ad Hiroshima avevo già pianto tutte le lacrime possibili ed anche quelle immaginabili, avevo singhiozzato al Museo della Pace e mi si era stretto lo stomaco davanti alle mura annerite dei pochi ruderi rimasti in piedi. Non poteva essere peggio di così, no?

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Quasi inutile dire che così come Hiroshima, anche la città di Nagasaki ha offerto il suo enorme sacrificio di vite umane innocenti e inconsapevoli, ben 80.000 uomini, donne, bambini ed anziani morti al momento dello scoppio oppure in seguito a causa delle radiazioni. Ma le conseguenze della bomba di Nagasaki sono state in parte diverse – è terribile da dire, ma si è tentati di affermare che l’impatto della bomba atomica a Nagasaki è stato minore – sia per la conformazione del territorio, allungato in mezzo alle colline che in parte hanno contenuto l’esplosione impedendole di estendersi, che per la composizione stessa della bomba (‘Fat Man’ nella sua pancia aveva circa 7 kg. di plutonio, mentre ‘Little Boy’, la bomba di Hiroshima, ben 60 kg di uranio) ed anche perché le industrie belliche della Mitsubishi, obiettivo reale del bombardamento, si trovavano distanti dal centro della città, a circa 4 km. di distanza.

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Tra l’altro, Nagasaki è stata davvero sfortunata: la città fu solo una scelta ‘di ripiego’ perché l’obiettivo a cui era destinata Fat Man era la città di Kokura, nella prefettura di Fukuoka, dove erano installate le più importanti industrie belliche e navali del Giappone, che venne però scartata all’ultimo momento perché avvolta da una fitta coltre di nuvole che impediva di centrare con esattezza l’obiettivo (quando il fato – ed il meteo –  ci si mette di mezzo, può essere una salvezza).

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Tuttavia c’è un qualcosa, a Nagasaki, che per noi occidentali rende ancora più terribile immaginare la tragedia del 9 agosto 1945: è la città giapponese che più assomiglia – per architettura e cultura – ad una città europea ed è quella che per alcuni secoli ha rappresentato l’unica porta di accesso, spesso strettissima e dove era difficile entrare, per gli occidentali che volevano avere commerci e scambi con il Giappone. A Nagasaki, in qualche modo e nonostante divieti e proibizioni, avveniva lo scambio tra la cultura occidentale e quella nipponica. L’impronta occidentale è evidente – nello stile delle case, nei giardini, perfino in alcune ricette mutuate direttamente da quelle portoghesi o olandesi ma anche nella presenza di fedeli di religione cristiana, qui assai di più numerosi che nel resto del Giappone: a Nagasaki ci sono diverse chiese cattoliche e protestanti, che gestiscono anche istituti scolastici privati molto apprezzati per la qualità dell’educazione.

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Al di là delle lacrime – impossibili da frenare anche qui, soprattutto visitando il Museo della Bomba Atomica – il pensiero che mi ha accompagnato nel corso del viaggio a Nagasaki e che poi è restato sospeso anche in seguito come una nebbia sottile ma fastidiosa, è che l’aereo che ha sganciato la bomba ha sì distrutto una città industriale del Giappone, ma ancor più è andato ad incidere su un territorio che molto probabilmente era il più avvezzo a trattare con gli occidentali, da cui ne aveva tratto suo malgrado usi e abitudini.

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Ha bombardato una città giapponese, ma forse ha bombardato un po’ anche la nostra storia in terra nipponica. Ve ne avevo già accennato nel post sull’isola di Dejima: Nagasaki è stata la città che per prima si è aperta all’occidente grazie alle navi giunte dal Portogallo. Con i portoghesi arrivò a Nagasaki anche la religione cattolica e i missionari – all’epoca si convertì al cristianesimo perfino il signore della città, il Daimyō Ōmura Sumitada – mentre successivamente, con l’arrivo degli olandesi della Compagnia delle Indie orientali, venne introdotta la scienza e la medicina occidentale: sebbene gli europei non fossero liberi di spostarsi dall’isola in cui erano segregati, le idee, le conoscenze e la cultura dei due popoli riuscirono a superare barriere e muri.

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Un piccolo inciso storico necessario per comprendere ancora di più lo spirito della città: dopo un breve periodo di grande crescita della religione cattolica, i successivi signori militari considerarono la nuova religione eversiva e pericolosa per l’assetto del Paese e diedero avvio a terribili persecuzioni e martirii. Molti cristiani di Nagasaki entrarono in clandestinità, trasformandosi in kakure kirishitan e continuarono a professare la loro fede di nascosto, in famiglia, finché con la Restaurazione Meiji, nel 1867 il Giappone aprì nuovamente le frontiere e torno la libertà di culto.

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A Nagasaki ho avuto meno problemi che altrove a parlare inglese – è vero, è una città turistica e ci attraccano parecchie navi da crociera, ma l’abitudine agli idiomi europei è probabilmente più sviluppata che altrove – e sempre a Nagasaki, non distante dal Parco Glover, abbiamo  pranzato in una bella patisserie specializzata in cioccolato e dolci europei (ottimi). In generale, ho trovato Nagasaki, rispetto ad altre zone del Giappone, più cosmopolita e allo stesso tempo fieramente giapponese, un concentrato funzionale di due estremi apparentemente antitetici. Più città e meno megalopoli, con spazi verdi, le colline vicine al centro urbano e il mare che entra nella città: la baia di Nagasaki, su cui sfocia il fiume Urakami,  è da sempre un porto naturale.

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Noi abbiamo visitato Nagasaki fin troppo velocemente, in quella che a tutti gli effetti è stata una gita di un giorno partendo da Fukuoka ed il consiglio che oggi posso darvi, a posteriori, è di dedicare alla città giapponese più tempo, almeno 2-3 giorni: ad oggi è collegata al resto del Kyūshū con i treni Sonic – i normali treni rapidi, leggermente meno veloci degli Shinkansen – è tuttavia previsto che nel 2020 questi treni super veloci che corrono su una linea ferroviaria dedicata arrivino anche a Nagasaki. In ogni caso, anche per raggiungere Nagasaki si può utilizzare il conveniente  JR Pass.

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Come spostarsi a Nagasaki:

Appena scesi dal treno che ci ha portato a Nagasaki da Fukuoka, ci siamo diretti all’ufficio turistico della stazione ferroviaria per acquistare l’One Day Pass per i mezzi pubblici: come spesso in questi casi, il biglietto assomiglia ad un ‘gratta e vinci’ e bisogna raschiare giorno, mese, anno di decorrenza. Costa 500 Yen e vi sarà utile perché la città è estesa e non tutti i luoghi da visitare sono vicini. Tutte le fermate del tram sono individuate da un numero, che vi aiuta a capire quando scendere. In ogni caso, vi lascio il link dove scaricare la mappa dei trasporti di Nagasaki.

Cosa vedere a Nagasaki in una gita di un giorno? Il nostro itinerario

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  • Con il tram n. 1 abbiamo raggiunto il Museo della bomba atomica di Nagasaki (conviene scendere alla fermata di MatsuyamaMachi – 20) e dopo aver visitato il museo, più piccolo e più costoso (ma parliamo di 200 yen, meno di 2€!) e forse meno dilaniante di quello di Hiroshima nonostante anche qui vi siano foto sconvolgenti, resti anneriti dal fuoco, oggetti di uso comune dilaniati e resti che fanno stringere il cuore. Siamo quindi scesi fino al punto dell’esplosione della bomba, l’ipocentro, dove oltre a statue commemorative e opere d’arte donate da artisti di tutto il mondo, si vedono ancora alcuni dei ruderi della storica Cattedrale di Uramaki Tenshudo, andata completamente distrutta nel bombardamento e che era considerata la più grande cattedrale cattolica dell’Asia. Per concludere questo pellegrinaggio nella memoria, siamo saliti sulla vicina collina che ospita il Parco della Pace,  dove si trova la famosa statua di un uomo seduto, quasi in posizione yoga, con un braccio alzato verso il cielo ed uno rivolto in direzione della città, oltre ad altre installazioni simboliche.

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  • Ci siamo poi spostati alla nuova Cattedrale di Uramaki, ricostruita nel 1959 su una collina a circa 500 metri da dove si trovava la Cattedrale andata distrutta, con la caratteristica facciata con le due torrette e le tre croci (che è diventata anche il simbolo del quartiere Heiwamachi – città della pace, e sono piuttosto buffe le piccole insegne che vedono la chiesa diventare il volto di un gattone). La chiesa all’interno è molto semplice ed all’esterno sono state collocate alcune delle statue di pietra della vecchia Cattedrale, annerite dal fuoco e in parte decapitate e distrutte, sono state poste nel piccolo giardino della nuova Cattedrale: ai loro piedi, un piccolo altare spontaneo di offerte (molto simili a quelle che vengono poste davanti alle divinità Shinto, a dir la verità) e di candele. Assolutamente toccanti, come toccante è la devozione di questi cristiani d’oriente. Alla Cattedrale di Urakami venne in visita anche Papa Giovanni Paolo II) nel suo viaggio a Nagasaki il 26 febbraio 1981.

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  • Abbiamo poi ripreso il tram per raggiungere e visitare l’isola di Dejima (fermata tram Dejima – 30) su questa curiosa ricostruzione ho scritto un post che vi invito a leggere, trovate il link più sopra) e quindi, dopo aver cambiato il tram n. 1 con il tram n. 5 alla fermata di interconnessione dei tram (Tsuki-Machi – 31, da Dejima ci arrivate tranquillamente a piedi) abbiamo raggiunto la zona che più ricorda una città europea di inizio secolo (fermata Ishibashi – 51). Qui abbiamo visitato la Cattedrale di Ōura, dedicata ai 26 Martiri del Giappone: è una chiesa in legno, inserita nel patrimonio storico della Nazione perché si tratta della più vecchia chiesa cattolica esistente in Giappone (250 anni). Per visitare la chiesa si paga un biglietto di ingresso di 300 yen.

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  • Abbiamo continuato con il Parco Glover (ingresso 600 yen), dove si trova la villa Glover, una delle abitazioni in stile occidentale più vecchie di tutto il Giappone (risale al 1863) costruita per il mercante scozzese Thomas Glover, costruita su dal mercante scozzese  Thomas Glover. Da qui si ha un’ottima veduta di Nagasaki ed immagino che il parco in primavera sia bellissimo da vedere: visitarlo a gennaio, in una giornata fredda ed umida, non è stato il massimo. Diversi gli edifici di aspetto occidentale, piccole villette con portici sono sparse nel Parco. Villa Glover, la casa più bella e più grande, è un mix di elementi occidentali e orientali e ricorda i cottage vittoriani con verande e bow-vindow e camini sul tetto. Dal 2015, il Parco è stato riconosciuto patrimonio culturale mondiale dell’Unesco. Curiosità: nel Parco c’è anche una statua di Puccini, per celebrare l’opera Madama Butterfly, ambientata proprio a Nagasaki. Decisamente, se fate un viaggio a Nagasaki, è una zona da visitare.

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  • Un’oretta di relax al Caffè Kizuna, bar – pasticceria specializzato in cucina francese che si trova nella via parallela a Glover Dori (è la strada su cui si trova una grossa chiesa in mattoni rossi, 300 metri più avanti c’è il locale; a testa abbiamo speso 1.200 yen, poco più di 10 euro) ci ha restituito le forze per proseguire.

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  • In attesa di riprendere il tram che ci avrebbe riportato in direzione della stazione, abbiamo visitato un museo-curiosità di Nagasaki, il Bekko-Kogeikan, inserito in un edificio basso che una volta ospitava la dogana. Vi è esposta una collezione di oggetti di artigianato ricavati dai carapaci delle tartarughe: un po’ di tristezza viene se si pensa agli animali sacrificati, però bisogna ammettere che alcuni oggetti sono proprio belli. Insomma, non un posto dove andare per forza, ma se ci capitate può essere interessante. L’ingresso costa 100 yen e si visita in meno di 30 minuti.

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  • Sempre utilizzando il tram siamo arrivati nei paraggi del Museo di Arte della Prefettura di Nagasakiingresso gratuito ad eccezione delle gallerie, fermata del tram Dejima – 30), vicino al mare. E’ un Museo moderno (è stato aperto nel 2005), progettato da Kengo Kuma e dallo studio Nihon Sekkei con due edifici posti a cavallo di un canale. Le linee sono nette e la struttura fa grande uso di vetro, che permette di connette l’edificio visivamente con la città. Il Museo celebra il rapporto tra il Giappone e la Spagna: vi è conservata una interessante collezione di dipinti di pittori spagnoli, la più ricca dell’Asia e spesso vi vengono ospitate mostre in collaborazione con il Museo del Prado di Madrid, oltre a concerti e laboratori. Dalla terrazza si può ammirare il panorama di Nagasaki e c’è anche una caffetteria.

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  • Prima di riprendere il treno che da Nagasaki ci avrebbe riportato a tarda sera ad Hakata – Fukuoka (ci si impiegano circa 2 ore ed il biglietto senza Japan Rail Pass costa circa 4.800 yen a tratta, più o meno 30€), ci siamo fermati a fare un po’ di acquisti nel centro commerciale Amu Plaza, accanto alla stazione. Oltre al Tokyu Hands (dove trovate tante idee per fare regalini agli amici rimasti in Italia) e a negozi di abbigliamento, ci sono diversi locali dove mangiare qualcosa o acquistare ‘rifornimenti’ per il viaggio in treno.

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  • L’itinerario è del tutto limitato a causa delle poche ore a disposizione, molto altro ci sarebbe da vedere a Nagasaki (e con un po’ di programmazione, sarebbe da visitare l’isola di Hashima, un’isola-miniera oggi disabitata). In ogni caso, per avere maggiori informazioni su cosa vedere a Nagasaki e dintorni vi consiglio di consultare il sito turistico ufficiale della Prefettura di Nagasaki (c’è in inglese ed anche in italiano). Vi lascio cono scatto fatto ad una foto esposta al Museo della Bomba Atomica di Nagasaki: le immagini forse riusciranno a raccontare quello che le parole non sono in grado di fare, una follia che stringe lo stomaco di cui rimane solo l’orrore vissuto dalla città e dai suoi abitanti alle 11.02 del 9 agosto 1945 (e per pudore e rispetto, vi risparmio altre foto, davvero terribili).

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Claudia Boccini

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